lunedì 31 marzo 2014

[ritratti] - Ilaria Alpi (Loriana Lucciarini)


Volevo solo raccontare la verità

Già, la verità. Fin da piccola ne ho sempre sentito il desiderio. Non è mai stato facile, anche nelle piccole cose quotidiane, eppure il mio carattere fermo e deciso, misto alla grande sensibilità, mi ha sempre aiutata in questo. Determinata ho compiuto scelte fondamentali per la mia vita, con passione e impegno. Ho studiato e mi sono laureata in lingue e letteratura araba. La passione per i viaggi (soprattutto l’amore per i paesi arabi), e la necessità di approfondire le cose che mi gravitavano intorno, mi ha spinta a scegliere il giornalismo. Dopo tanta gavetta, finalmente, nel 1990 entro nel team Rai, diventando inviata della redazione esteri del Tg3. Da questo momento è un continuo viaggiare: Parigi, Belgrado, Marocco (la mia amata Africa!) e, per molte volte, la Somalia.

Il mio lavoro da inviata però non mi permette di approfondire le notizie ma solo di darne brevi stralci d’informazione, per quei pochi minuti che la tv concede. Non è il mio modo di lavorare: io devo andare a fondo nelle cose, capire i meccanismi e raccontarli con verità.

Ecco, ritorna questa parola, verità, quasi come se fosse diventata parte di me e non ne potessi fare a meno. Così, quando mi chiedono di scrivere un articolo sulle attività dei traffici illeciti di armi e rifiuti tossici legate alla cooperazione internazionale, decido di non limitarmi solo a raccontare e a riportare i fatti, ma vado a fondo, ad indagare. Ho un collega al mio fianco in gamba e preparato, Miran, e con lui troviamo le piste giuste. Intervistiamo il sultano di Bossaso Bogor che ci fa intuire molto di più del semplice traffico di armi e rifiuti. La pista scotta.

E’ il 20 marzo, io e Miran, arriviamo a Mogadiscio in una giornata calda e luminosa e siamo in fibrillazione: abbiamo registrato quasi due ore d’intervista con il sultano che apre scenari inquietanti ma il tempo stringe, dobbiamo farne ampi tagli per inviarla a Roma per il tg serale. Abbiamo molto lavoro da fare. Chiamo i colleghi in Italia annunciando notizie sensazionali e mi metto al lavoro per completare il servizio, quando arriva una chiamata. Una chiamata tanto importante da farci uscire di corsa, senza avvisar nessuno né concludere il lavoro che stavamo facendo. Partiamo, ancora una volta, alla ricerca di informazioni, di utili dettagli, per andare al fondo a questa storia. Crediamo di andare in cerca di notizie, quando invece troviamo ad attenderci la morte. In quell’agguato non c’è stato il tempo di far nient’altro che poter guardare negli occhi i nostri assassini, per quel breve istante rimasto di vita, che a me e Miran ci è stata sottratta via con crudele violenza, con il suono metallico e ferroso dei mitra a riecheggiar nel silenzio.

La ricerca della verità, a tutti i costi, mi ha portato incontro al mio destino, sulla strada di Mogadiscio in quel caldo marzo del 1994, per questo sono morta. E dopo 20 anni ancora aspetto giustizia e che si faccia finalmente davvero luce sull’assassinio mio e di Miran Hrovatin. A proposito, io sono Ilaria Alpi e in terra d’Africa facevo la giornalista.

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Dopo 20 anni ancora non si è fatta luce sulla vicenda dell’omicidio della giornalista Rai Ilaria Alpi e del cineoperatore Miran Hrovatin, uccisi in un agguato a Mogadiscio il 20 marzo 1994. Dichiarazioni in parte svanite nel nulla, registrazioni cancellate, ottomila documenti ancora secretati sulla vicenda, in attesa che Camera e Copasir si pronuncino in merito. Nel frattempo, nel 2008 il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha conferito ai genitori di Ilaria Alpi la Medaglia d’oro al Merito civile ed è stato intitolato proprio alla giornalista uccisa, il prestigioso premio giornalistico televisivo che si svolge ogni anno a Riccione.  Ultimamente la vicenda dell’omicidio di Ilaria Alpi è tornata alla ribalta delle cronache in attesa che, forse – finalmente – si faccia luce sulle motivazioni, sui mandati e sui reali esecutori materiali di quella strage.

©Loriana Lucciarini

[poesie] - Malinconica Venezia (Arianna Berna)


Le onde sbattono contro il vaporetto
L'acqua sembra quasi pulita,
Lo sguardo spazia nella laguna
Grigia, e' così languida l'isola del cimitero.


Sento ancora le campane a morto rimbombare nelle orecchie
Che una tristezza infinita mi pervade,
Penso a quei palazzi,
A quelle chiese.


C'erano prima di me e di te e ci saranno poi,
Mentre per te, nonno mio caro,
le albe e i tramonti su questo nostro mare sono finiti,
Lasciandomi nel cuore una profonda malinconia.

©Arianna Berna


[il mondo delle donne] - Meravigliosamente donna (Silvia Devitofrancesco)

Meravigliosamente donna
Un'altra dura giornata di lavoro si è conclusa. Guardo l'orologio e sorrido felice: sono le diciotto in punto. Spengo il computer, mi alzo dalla scrivania, afferro la giacca e la borsa ed esco da quella stanza nella quale ho trascorso le ultime otto ore. Saluto i miei colleghi e mi precipito fuori dalla casa editrice. Ebbene, lo devo ammettere. Svolgo un lavoro stupendo. I libri mi hanno affascinata da sempre attraverso il loro odore, le parole che, unite, creano trame e personaggi, le emozioni che, di riflesso, vive anche il lettore. Il mio lavoro consiste nella valutazione degli inediti. Un compito, a volte, molto difficile soprattutto quando sei costretta a comunicare all'autore di un dattiloscritto che il suo romanzo non rientra nelle linee editoriali della casa editrice. In quel momento prendi coscienza di aver distrutto il sogno di una persona, la quale aveva riposto in te e nella tua professionalità tutta la sua fiducia. Esattamente due ore fa ho inviato una mail “distruggi aspettative” a un'aspirante scrittrice e il mio umore è decisamente a terra, poiché, nonostante il mio capo mi ripeta continuamente di non lasciarmi coinvolgere, io non riesco proprio a fingere che si tratti di pura routine. <<Le donne possiedono una maggiore sensibilità rispetto agli uomini!>> è la mia consueta risposta e la sua consueta replica è uno sguardo rivolto al soffitto. Sembriamo quasi due attori che interpretano una scenetta di una commedia.

Oggi è una giornata tipicamente autunnale, cielo grigio, vento fresco e poca gente per la strada. Stringo la giacca di pelle con le mani e mi dirigo verso il centro. Potrei percorrere una via più breve per tornare a casa, ma preferisco quella più lunga anche perché desidero comprare una sorpresina per la mia principessa che mi aspetta a casa impaziente in compagnia della babysitter. Mi dirigo con passo deciso verso un grande negozio di giocattoli e scelgo il bambolotto che tanto desidera. Pago e corro via diretta verso casa, in direzione della mia ragione di vita.

La mia principessa si chiama Giada. È una splendida bambina di cinque anni, dai lunghi capelli rossi, lisci come spaghetti, dai profondi occhi verdi e dalle manine piccole e paffute. Giada ha rappresentato la mia salvezza da una vita sbagliata, è stata il mio reset.

L'ho concepita quando credevo nella forza magica dell’amore, quando credevo di aver trovato l'Amore. Vedevo in quell'uomo maturo la sicurezza e la stabilità che cercavo disperatamente. Sposarsi, formare una famiglia, vivere nell'armonia ed essere, per i nostri figli, un porto sicuro, erano i miei nuovi desideri. Lui, dal canto suo, promise che sarebbe stato perfetto. Avrebbe abbandonato i vizi del fumo e dell'alcool nei quali aveva trascinato anche me e avrebbe scelto la tranquillità del focolare domestico. Io credevo che un uomo fosse potuto cambiare per amore. Povera illusa!

Avevo iniziato a lavorare da qualche mese presso la casa editrice “Yourbook”, quando mi accorsi di essere incinta. Che emozione vedere le due barrette lilla sullo stick! Mi sentivo diversa, euforica, “meravigliosamente donna”, poiché, in me, stava avvenendo il miracolo della vita. Tutti i miei pensieri confluivano verso quell'esserino che cresceva nella mia pancia. La sera stessa diedi il lieto annuncio al futuro papà e l'incanto finì. <<Amore, avremo un bambino!>> gli dissi, porgendogli un paio di scarpine da neonato. Lui spalancò gli occhi, mi baciò e si chiuse nel suo silenzio.

La mattina seguente un biglietto posto sul suo cuscino mi presentò la triste realtà: “Mi dispiace. Non sono pronto. Dimenticami. G.” Mi sentii morire. Tutto quello che avevo costruito fino a quel giorno era crollato come un castello di carte. Cosa avrei fatto adesso?

Scelsi la soluzione che credetti più giusta. Un atto coraggioso a detta di molti, ma, per me, naturale: avrei fatto trionfare la vita. Avrei lavorato sodo per garantire una vita adeguata al mio bambino.

Lavoravo tutto il giorno, tornavo a casa distrutta e il giorno seguente ero di nuovo carica. Possedevo un'incredibile forza di volontà, un'incredibile resistenza, per il semplice fatto che fossi una donna. “Donna” che suono melodioso, che creatura straordinaria capace di vincere il dolore, perché se Dio ha voluto che fossimo noi a donare la vita, allora, certamente, saremmo state in grado di sopravvivere a qualunque tipologia di dolore.

Questi ricordi fanno scendere, dai miei occhi, alcune lacrime. Le asciugo col palmo della mano e salgo le scale.

Non appena chiudo la porta di ingresso, Giada corre verso di me. <<Mamma, mamma, finalmente sei tornata!>> <<Amore mio, quanto mi sei mancata. Ti ho portato un regalino.>> Leggo nei suoi occhi felicità e sorpresa. È incredibile quanto somigli a suo padre. Quel padre del quale lei ignora l'esistenza, quel padre che io ho fatto uscire di scena dicendole: <<Purtroppo è morto in un incidente stradale prima che tu nascessi, perciò non ci sono fotografie.>>

La mia bimba scarta il pacco e salta per la casa felice, mentre io con un cenno della mano congedo la babysitter. Adoro indossare i panni della mamma. Stare con mia figlia, giocare con lei, guardare i cartoni animati in TV. Giada si addormenta tra le mie braccia mentre stringe a sé il suo nuovo bambolotto. La metto a letto e pongo fine a un altra giornata.

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Giungo a lavoro puntualissima, come sempre. Odio essere in ritardo. Mi organizzo come se fossi una macchina perfetta: la babysitter arriva in anticipo di mezz'ora, le affido i compiti della giornata, saluto Giada, esco di casa, acquisto il solito quotidiano e mi dirigo a lavoro.

Non appena varco la soglia della casa editrice, il mio capo mi accoglie raggiante e con un sorriso a trentadue denti. <<Parteciperemo al “Books event” di Firenze. Si tratta di un'importante vetrina per questa piccola casa editrice pugliese.>> Sorrido anch'io. Ho sempre creduto nell'importanza della diffusione della lettura e nella valorizzazione del patrimonio culturale del Sud Italia, per cui replico con un tono altrettanto raggiante: <<Preparo le valigie per me e la mia bimba.>>

Lui mi guarda sconcertato: <<Non stiamo parlando di un viaggio di piacere.>> <<Sono una madre che lavora e, ripeto, mia figlia verrà con me!>> replico seccata. Se qualcuno osa toccare fisicamente o verbalmente mia figlia, io, sua madre, divento una bestia pronta a difenderla con le unghie e con i denti. <<Laura, ragiona un attimo. Non è un viaggio adatto a una bambina!>>

Non lo sto più ad ascoltare, ormai sono partita in quarta. <<Io sono la madre e io sono in grado di decidere cosa sia meglio per lei. Non la lascerò mai a casa!>> replico urlando <<In alternativa potrei rinunciare al viaggio e restare qui!>> Riesco a tenerlo in pugno. So bene che non accetterebbe mai. <<No>> <<E dunque?>> incalzo e lui cede: <<E dunque portala con te, a patto che la tua figura di madre non abbia il sopravvento.>> Sorrido e concludo dicendo:<<Sono una donna. Possiedo mille risorse!>>

Torno a casa stanchissima a causa dei preparativi per l'evento e annuncio alla mia principessa che partiremo. È incredula. Salta, corre e pensa a cosa portare con sé. <<Amore, verrà anche la babysitter con noi.>> <<No mamma, non la sopporto. Andiamo solo io e te. Sarò buonissima.>> La mamma è sempre la mamma! Mi sento stringere il cuore e cerco di farla ragionare. <<Amore, dai, tu sei una bimba grande... la mamma dovrà lavorare, se no il capo la caccia. Mentre io lavorerò, tu dovrai stare con lei.>> <<Uffa! Non mi vuoi bene!>> Tipico attacco di gelosia. Resto muta. La abbraccio e continuo a preparare la sua roba.

Durante il viaggio in treno Giada non dice una parola. Guarda fuori dal finestrino tenendo il broncio. Soffre in silenzio proprio come una donna. Mi provoca una tenerezza infinita.

***************

Il lavoro in fiera è faticoso. Bisogna essere competitivi, presentare i libri, attirare l'attenzione, essere sempre cortesi e sorridenti. Il nostro obbiettivo è far emergere una piccola casa editrice e lotteremo con tutte le nostre forze per realizzarlo.

La mia cucciola visita Firenze in compagnia della babysitter. Sono una madre tendenzialmente apprensiva e ansiosa. Chiamo la ragazza ogni mezz'ora, cercando di non farmi notare dal capo, le chiedo di non lasciare mai la mano di Giada e le faccio mille raccomandazioni... poverina, non vorrei essere nei suoi panni!

Ogni sera, quando gli stand chiudono e torno in hotel, trascorro ore con Giada. Mi racconta cosa ha visto, mi mostra le fotografie e stasera mi ha regalato una piccola coccinella di legno come portafortuna per il mio lavoro. La ringrazio e le faccio il solletico. Che figlia adorabile!

La fiera sta per concludersi. Il nostro fatturato, inaspettatamente, è ottimo. Il nostro obbiettivo è stato raggiunto. I nostri talenti sono stati adeguatamente valorizzati. La voce della cultura è risuonata e i lettori l'hanno accolta. Mentre brindiamo a questo nuovo e importante successo, vedo un folletto rosso correre verso di me. <<Mamma, mamma>> La babysitter giunge da me col fiatone. <<Non sono riuscita a fermarla, mi scusi se l'ho disturbata.>> <<Nessun disturbo. È stata una bellissima sorpresa!>> Mi inginocchio davanti a mia figlia e le dico: <<La tua coccinella ha portato fortuna, sai?>> <<Evviva, evviva>> esclama saltellando.

È proprio questa l'immagine che resterà sempre viva nella mia memoria. Io, vestita con un serio taiellur, che stringo forte la mia bambina. L'emblema del modo di essere della donna contemporanea: donna in carriera e madre premurosa; donna austera e madre affettuosa. La personificazione dell'essere “meravigliosamente donna”.

Il mio capo ci guarda, mi fa l'occhiolino e sorride teneramente. È lui l'artefice di questa magnifica sorpresa. Persino l'icerberg che vive nel suo ego si è sciolto. Annuisce, perché, in fondo, l'ha capito da sempre quanto fossi una grande donna.

©Silvia Devitofrancesco






[racconti brevi] - Vorrei qualcosa di... (Monica Coppola)

E' successo per caso.
Come ogni mattina sono scesa alla solita fermata della metro, carica di borse con dentro la mia vita e i miei libri e me lo sono trovato di fronte.
Aveva un bel profilo, indubbiamente.
Tutti gli altri andavano di fretta, scalpitavano irrequieti e affannati sulle scale mobili, accompagnati dal brusio incessante dei loro stessi pensieri.
"Se non mi sbrigo arriverò di nuovo in ritardo!"
"Speriamo non piova se no mi rovino le scarpe nuove di camoscio ..."
"Uffa...ancora nessun messaggio. Chiamerà? Non chiamerà?"
"Ho deciso ora vado dal capo e chiedo l'aumento!"
Lui no, non correva affatto.
Con i suoi tratti e colori inusuali se ne stava appoggiato alla parete, immobile e silenzioso.
Sembrava quasi ci guardasse tutti dall'alto in basso.
Indubbiamente spiccava in quella massa che annaspava con il fiato corto già al terzo gradino, tra tutti quegli uomini dalle scarpe lucide ma dai sogni troppo stretti, proprio come il nodo della cravatta.
Lui, invece, era composto ed elegante.
I suoi pensieri non facevano rumore ma, se solo alzavi gli occhi, potevi leggerli in modo chiaro sopra la fronte priva di rughe.
Io continuavo a tenere gli occhi appiccicati su quel bel volto dagli anni indefinibili, a contemplare quel profilo dai tratti sottili, dalle sfumature così simili al cielo fresco di un pomeriggio di primavera.
Sono arrivati e ripartiti almeno una decina di altri treni, hanno scaricato e caricato altrettanti pendolari, con cravatte diverse e nuove scarpe di camoscio, ma io sono rimasta lì, quasi imbambolata, stupita per quell'empatia inattesa.
Mi sono sollevata sulle punte e, in un gesto spontaneo, ho lasciato che le mie dita danzassero tra le lettere che componevano i suoi pensieri, dentro una carezza che nessuno dei due avrebbe mai percepito davvero.
Sotto la sua fronte, protetta dal lucido plexiglass, spiccava in un denso bianco latte l'headline "Vorrei ...qualcosa di stimolante".
E mentre riprendevo il mio posto tra la folla e nelle routine frenetica ho pensato che, quella mattina, il protagonista senza nome e senza volto della nuova campagna affissioni in qualche modo me l'aveva regalata... 
©Monica Coppola 

martedì 25 marzo 2014

[stralci di pagine] - Animo d'artista

Tu sei un’artista, come tua madre. Questovuol dire che vedi il mondo in modo diverso dalle altre persone. E’ il tuo dono vedere la bellezza e l’orrore delle cose di tutti i giorni. Non sei pazza per questo... soltanto diversa- E non c’‘è niente di male a essere diversi. 
[Cassandra Clare - Shadowhunters]

[stralci di pagine] - Il vento


Ai lavatoi a dicembre il vento fa il guappo, spazza la polvere in terra,
 lucida la notte in cielo, si porta via il caldo dalle case.
[Erri De Luca, “Montedidio”]

sabato 1 marzo 2014

#faivincerelacultura - Flash mob Caffeina, oggi 1 marzo compra un libro

ANCHE LE 4WRITER HANNO ADERITO ALL'INIZIATIVA DEL FLASH MOB DI CAFFEINA! Loriana Lucciarini, Silvia Devitofrancesco, Monica Coppola e Arianna Berna, ecco la foto!

[4writers.info] - Come prosegue... nasce il blog!

Il progetto non si ferma qui... prosegue con la costruzione di un blog!


Qui sarà possibile per i lettori leggere articoli, storie, racconti, poesie delle 4 writers.
Approntato in fase sperimentale, diventerà piano piano uno strumento di dialogo e scambio di idee tra le scrittrici e i lettori.
Le rubriche "RACCONTI BREVI", "POESIE", "IL MONDO DELLE DONNE" e "RITRATTI" verranno implementate di mese in mese e saranno curate dalle 4writers stesse: Arianna, Loriana, Monica, Silvia impiegheranno il loro tempo e il loro talento per emozionarvi e farvi riflettere...

...Ci auguriamo che vi troviate bene tra queste pagine e intanto...BUONA LETTURA!








[4writer.info] - Come nasce il 4writers...

4 writer.4 blog

un sodalizio tutto rosa alla rincorsa di un sogno...



Un filo unico: la scrittura.
Un'unica caratteristica: le parole son narrate e tessute da mano donna.
4 scrittrici disposte, come puntini luminosi e pulsanti in città diverse d’Italia, con personalità differenti e con modi di raccontar storie personali e unici. Ma non c’è solo la passione per la scrittura che le accomuna. C’è la convinzione che insieme è meglio che da sole, che la reciprocità sia l’arma vincente, che il grande sogno si conquista a fatica, ma forse è meno pesante se condiviso.

Così l’idea, nata quasi per caso da una delle quattro writer in questione, Loriana, viene accolta con entusiasmo da un’altra writer, Monica, che ha capito bene le potenzialità di questo percorso comune e ha coinvolto la terza writer del gruppo, Arianna. L’ultima writer, Silvia, è arrivata quasi per magia: “perché non facciamo qualcosa insieme?” disse, nel giorno stesso in cui il progetto stava prendendo forma, quasi a voler incrociare i destini delle altre. E noi, che crediamo alla magia - altrimenti non staremmo qui a scriverne – abbiamo deciso di rendere reale un sogno comune.


Voilà… l’idea prende vita e si riempie di ulteriori nuove proposte, progetti da sviluppare insieme. Perché l’unione fa la forza e come non crederci, se poi a lavorare insieme sono 4 donne assolutamente speciali, creative, solidali l’una con l’altra e impossibili da fermare?

Arianna Berna - http://www.universodistelle.blogspot.com/
Loriana Lucciarini - https://scintilledanima.wordpress.com/
Monica Coppola - http://violavertiginievaniglia.blogspot.it/
Silvia Devitofrancesco - http://ragazzainrosso.wordpress.com/

Al progetto collabora anche Mary Di Mise che, con la sua genialità grafica crea il logo dell'evento, scatenando l'entusiasmo di tutte noi.

[poesie] - Era poco lo spazio che ci divideva (Loriana Lucciarini)

Io qui, nella mia parte di letto e con un devastante bisogno di te. Tu là, a pochi centimetri da me, pochi centimetri di stoffa di materasso, con i tuoi silenzi e la tua solitudine.

Eppure sarebbe bastato poco; sarebbe bastato allungare la mano per cercarti.

Eppure avrei voluto che questo spazio vuoto diventato voragine lo avessi riempito tu, raggiungendomi. E invece tu non fai niente, ed è la scelta più sbagliata, quella che mi fa più male.

Così rimaniamo a galleggiare in questo limbo rarefatto, senza parole né gesti, senza armonia né unione: io e basta, tu e basta. Due anime e due solitudini a parte. Io qui, dalla mia parte del materasso con i miei silenzi. Tu là, con l'indecifrabile espressione da sfinge, scolpita tra gli zigomi e gli occhi.

Era poco lo spazio che ci divideva, eppure tanta distanza e tanta solitudine lo riempiva. Sarebbe bastato davvero poco per dissolverla, ma non siamo stati capaci e ci siamo ritrovati ad arrancare nella notte più buia e dolorosa di questa nostra storia d'amore.
©Loriana Lucciarini, "Little Thoughts/short stories"


[ritratti] - Giulietta (Silvia Devitofrancesco)

Diario impossibile: scrive Giulietta

Sono figlia della penna di Shakespeare. Il mio cognome è Capuleti. Vivo a Verona in un palazzo meraviglioso. Ho tutto: soldi, affetto, lusso, ma, non ho l’amore. La mia famiglia è una delle conosciute di Verona e, anche, una delle più odiate. I nostri acerrimi nemici sono i Montecchi. Ricchi anche loro, per carità, ma, a detta di mio padre, da evitare come la peste.
Una sera fu organizzata una festa qui da me. Durante quella festa successe un evento meraviglioso. Sì, devo parlare di evento, è questo il vocabolo giusto che devo utilizzare… Romeo, il figlio dei Montecchi, giunse…
Fu amore a prima vista, fu un colpo di fulmine. Io non avevo mai creduto nel colpo di fulmine, lo ritenevo una stupidità, ma, quella volta, dovetti ricredermi. Io non credevo nel colpo di fulmine, poiché, fino a quel momento, non avevo idea di cosa fosse un colpo di fulmine. Guardai Romeo e sentii le gambe tremare, la gola mi si era seccata e le guance arrossate, difatti erano bollenti. Sperai con tutta me stessa che anche a lui fosse successa la stessa cosa.
Il mio balcone oggi è preda dei flash proveniente dalle macchine fotografiche di tante mie “ammiratrici”. Tante donne di ogni nazione e di ogni età, che sognano, che sperano, che invocano il mito di Giulietta Capuleti e la famosa scena del balcone. Quella scena è ormai storia, sicuramente tutti voi la conoscete, ma, io, adesso, ve la racconterò dal mio punto di vista…
Io affacciata lì, da sola, per riordinare i miei pensieri e lui, giù, a dedicarmi le parole più belle… quelle parole che solo un uomo innamorato può pronunciare, quelle parole che tutte le coppie di innamorati, in un certo senso, fanno un po’ proprie. Io ero innamorata di lui e lui lo era di me. Tuttavia, non potevamo essere felici. Non potevamo amarci. Non potevamo essere come tutti gli altri a causa di un nome, uno stupido nome: “Cos'è un nome? Ciò che chiamiamo rosa,
con qualsiasi altro nome avrebbe lo stesso profumo, così Romeo, se non si chiamasse più Romeo,
conserverebbe quella cara perfezione che possiede anche senza quel nome. Romeo, getta via il tuo nome, e al suo posto, che non è parte di te, prendi tutta me stessa.”
Io credevo in quell’amore. Io credevo nel suo amore.
Feci molte pazzie per lui, per noi. Ci sposammo di nascosto, trascorremmo la nostra prima notte col batticuore per l’emozione e col timore di essere scoperti, ma, entrambi, sapevamo bene che la nostra felicità non sarebbe durata a lungo.
Dovevo sposarmi. Mio padre aveva scelto il mio uomo. L’amore non si può imporre. L’amore non è un oggetto. L’amore è sentimento, è desiderio, è contatto, l’amore è vita e io con Paride, l’uomo che mio padre mi aveva imposto, non sarei stata viva…
Il mio destino è stato beffardo. Non mi ha regalato la felicità, anzi, mi ha regalato una felicità profumata di morte.
Quando vidi Romeo, il mio unico e vero amore, lì, a terra, senza vita, mi sentii morire. Avevo paura, certo, ma il solo pensiero che nella vita eterna saremmo potuti essere felici insieme, mi fece trovare il coraggio di compiere quel gesto. Io e il mio amore salutammo questo mondo e ci preparammo ad entrare nell’altro.
Solo in quel momento le nostre famiglie capirono cosa significasse il verbo “Amare”.
La mia morte, la nostra morte, vuole lanciare un messaggio: “Amate, amate senza paura, amate senza preoccuparvi del domani, amate anche la morte, se necessario, ma, non rinunciate a provare questa emozione bellissima. Non negatevi all’amore.”
Giulietta se ne andò così, senza sapere che sarebbe diventata un mito. Senza sapere che il suo ruolo sarebbe diventato il più ambito negli spettacoli teatrali di ogni tempo e senza sapere che, un giorno, una donna qualunque, l’avrebbe fatta parlare in questa pagina…

©Silvia Devitofrancesco

[il mondo delle donne] - Una, nessuna, centomila (Monica Coppola)

La storia di Anna...
Mi chiamo Anna ho quarant’anni e mentre faccio l’amore penso alla lista della spesa.
Devo ricordarmi di comprare il prosciutto cotto e di farmi tagliare le fettine sottili sottili se no poi i bambini non lo mangiano.
E le patatine, quelle surgelate a bastoncini, anche se le detesto perché l’odore dell’olio poi si impregna sulle piastrelle e sui miei capelli, e bisognerebbe ripulire tutto per bene, ma io quel tempo mica ce l’ho …
Mi chiamo Anna ho quarant’anni, due figli e l’unico momento in cui penso a me stessa sono i trenta minuti della pausa pranzo.
Pizzico piano l’insalata dal contenitore di plastica opaca sopra la scrivania minuscola, mastico lattuga e valeriana e, lentamente, guardo fuori.
Questi trenta minuti sono solo per me.
Lascio scorrere i pensieri oltre la finestra, liberi di evadere tra gli interstizi delle veneziane che penzolano sui vetri, come coperte polverose e stanche.
E poco importa se poi sbattono contro quel cortile chiuso che, con fare quasi beffardo, mi ricorda che una come me non andrà più da nessuna parte…
Resterò parcheggiata qui, ancorata al mio destino, come un auto che ha macinato migliaia di chilometri, infaticabile, ma un giorno, improvvisamente, si è svegliata, troppo stanca, e allora si è arresa fermandosi alle intemperie rugginose di un parcheggio scoperto.
Poi le lancette si avvicinano, quasi a formare una piccola L ma dall’angolo più stretto, io risciacquo in fretta il contenitore, butto giù un caffè, troppo caldo e troppo amaro, e soffoco veloce la mia essenza sotto strati pesanti di numeri telefonici, anagrafiche sconosciute e fatturati insoluti.
Lo faccio perché il mio lavoro voglio farlo bene, anche se non mi piace.
E non mi piace perché mi intorpidisce l’anima.
Ma, nonostante questo, vado avanti.
Non sono una di quelle che si siede alla scrivania e pensa ai fatti suoi, come alcune colleghe che mi osservano con sguardi torvi, poi bisbigliano, piegano gli angoli delle labbra all’ingiù e vanno a farsi servire un bel pasto caldo, al bistrò di sotto, senza mai invitarmi.
Forse lo fanno perché io non sono molto socievole.
Ho imparato che è meglio farmi i fatti miei, dare poca confidenza.
Buongiorno, buonasera e via.
Tempo ne ho poco e, quel poco che ho, non lo voglio perdere in conversazioni che non sanno di niente e mi costerebbero troppa fatica e io, di fatica già ne faccio troppa…
Mi chiamo Anna, ho quarant’anni e dopo l’università mi sentivo ambiziosa, preparata e tenace.
Avrei voluto correre, scalpitante, verso i binari del mondo professionale.
Saltare tra gli scompartimenti, metterli sottosopra, ispezionare centimetro per centimetro ogni vagone.
Avrei voluto aprire tutte le valigie delle opportunità, misurarle una ad una, per vedere quale mi stava meglio e dopo, soltanto dopo, scegliere quella più adatta a me.
E invece quei treni sono passati in fretta, e io non sono riuscita a salirci sopra.
C’era troppa gente, più veloce, più abile, più scaltra.
E allora ho dovuto accontentarmi di indossare professioni che non avevano la mia taglia, sfilacciate come gli orli di un desiderio cucito male.
Ho oscurato le mie competenze sotto un grembiule informe e incolore, vagando smarrita come uno spettro privato dell’anima, tra gli scaffali gelidi di un supermercato.
E, giorno dopo giorno, tutte quelle scatole, quei codici a barre e i cartelloni fosforescenti delle offerte speciali hanno iniziato a rosicchiarmi le ossa e l’identità.
Ero solo un “ANNA” qualsiasi, in mezzo a tante, come strillava il badge in un brutto corsivo, pinzato sotto al colletto in poliestere.
Ero diventata nessuno.
Così mi sono alzata, ho ripiegato bene il grembiule, sfilato il lucchetto dall’armadio metallico, e poi ho stracciato il cartoncino con il mio nome.
Volevo tornare ad essere me.
Cercavo un nuovo lavoro e invece ho sbattuto contro l’amore: mi sono lasciata travolgere dalle emozioni, irruente, indomabili, quasi invivibili.
Ma dopo qualche calendario sfogliato, quei sentimenti sono diventati soffusi, impalpabili, come un liquido malinconico che ti oscilla dentro e ti annebbia la mente.
Le mie ambizioni sono inciampate sopra due figli da tirare su, che mi chiedevano patate fritte e prosciutto cotto, dalle fette molto sottili.
E mi sono accorta che non avevo scelta: dovevo tornare ad essere nessuno.
Ho barattato la mia conoscenza con gli auricolari di una cuffia telefonica, di quelle con la circonferenza troppo piccola, che ti stringono le tempie e ti tormentano la fronte con il metallo freddo.
Ma tu devi metterle e stare zitta, perché fuori c’è la folla, quella scaltra e veloce, e se perdi tempo finisce che arriva anche qui e ti porta via questo lavoro e poi voglio vedere…
Io però non voglio vedere, e allora vomito dentro al microfono, che tagliente mi sfiora le labbra, litanie incessanti di parole per recuperare briciole di crediti, sepolte chissà dove.
Parlo tanto, fino a sfinirmi, e quando arrivo a casa non ho più voglia di farlo.
I miei desideri un giorno si sono accorti del silenzio e, forse per farmi meno male, hanno attraversato in punta di piedi le piastrelle unte e sono scivolati via.
E una notte l’amore ha fatto lo stesso: ho avvertito appena una carezza ruvida sopra la mia guancia addormentata e poi più nulla…
Mi chiamo Anna ho quarant’anni, due bambini da crescere, un appartamento che odora di fritto, un lavoro precario in un call centre e una vita senza sogni e quando faccio l’amore all’amore non ci penso più…

©Monica Coppola














[racconti brevi] - Gioventù (Arianna Berna)


Negli occhi ancora l’acqua cristallina, il sapore di salso sulle labbra, l’odore inebriante della macchia mediterranea che stordisce la mente.
Affacciata al balcone rievoco le immagini della giornata appena trascorsa, i bagni al mare, il sole, la pelle dorata dell’amore. Non abbiamo litigato nemmeno per cinque minuti, come invece accade spesso in questo periodo. Mi sento ottimista, una sensazione positiva scalda il cuore, sono sicura che andrà meglio. Dopo tutto l’amore vince ogni avversità, giusto? Almeno questo è quello che ho imparato dai film alla televisione che sono, per il momento, il mio unico metro di paragone, perché, a sedici anni compiuti il mese scorso, di esperienza in amore ne ho ben poca.
Gli occhi si sono abituati all’oscurità, ma persa nelle mie paranoie non vedo nulla e non sento il brusio della gente di questo piccolo paese in riva al mare che di sera prende vita e si trasforma.
La domenica di ferragosto è passata e domani ricomincia la noia del lavoro.
Inizio a pensare che sia stato un errore accettare quest’impiego stagionale, anche se all’inizio ne ero entusiasta. Già dopo un paio di settimane, cominciavo a sentire la fatica e la noia della routine. I miei mi ripetono di tener duro e che i soldi che sto guadagnando in questa stagione faranno la differenza quest’inverno. Però l’estate sta passando e sinceramente ne ho già le scatole piene di piegare magliette, mettere a posto infradito e di avere tutte le sere occupate. Questa sera è stata un’eccezione, il negozio è rimasto chiuso la mattina e il titolare, Giannino, mi ha concesso di prendere una pausa per la serata. Ho il sospetto che più che bontà d’animo, ci sia stata la voglia di risparmiare i soldi di straordinario festivo che avrebbe dovuto pagarmi, ma non importa. Importa che sono riuscita a stare sola con Mattia.
Ridacchio al pensiero di Giannino alle prese con più clienti. Lo immagino con il suo fare distinto elogiare signore dai sederi e pance strabordanti nei jeans avvolgenti che di solito propone, quelli che vanno in questo periodo, stretti da strizzare anche una taglia 40. Giannino non sembra uno sciocco eppure è convinto che le clienti siano tutte delle fesse, mentre per me se un capo sta male, sta male e basta, se ne accorgeranno anche loro. Quante volte Giannino mi ha ripetuto “Bambina mia, devi dire che non sta male, stanno bene, devono stare sempre tutte bene con i nostri articoli!” .
Lo immagino destreggiarsi fra gli scaffali dispensando sorrisi ipocriti mentre passa le mani nei capelli, con insistenza da tic nervoso. Capelli grigi di media lunghezza, fisico asciutto e occhi grigi. Da giovane deve essere stato anche un bell’uomo e, da come lo guardano le clienti, credo che anche adesso abbia il suo fascino. Giannino non mi fa nessun effetto, solo il fatto che abbia l’età di mio padre è un deterrente sufficiente.
La girandola dei pensieri di ferma di scatto, possibile che pensi al lavoro anche nell’unico giorno di ferie che mi sono concessa da giugno? Questa non è vita, per fortuna settembre è alle porte. Non ho mai desiderato l’autunno come quest’anno.
Da quando ho iniziato a lavorare ho anche iniziato a litigare con Mattia, perché mentre mi spacco la schiena in negozio, lo vedo fare il bullo nella piazza con gli amici e ogni santa volta mi arrabbio da morire. L’ho anche visto fare il cretino con Maria, proprio quella che non sopporto. Quella sera ero inquieta, una serie di circostanze mi avevano messo di cattivo umore e Mattia il pomeriggio era stato sfuggente più del solito. Approfittando di un momento di pausa del turno serale, sono andata a cercarlo e l’ho trovato seduto sul muretto dietro la piazza che chiaccherva con Maria. Toppo vicini. Ho fatto un urlo e l’ho chiamato, mi sentivo come un serpente nella pancia. La bionda e bella Maria era fuggita ridacchiando, mentre Mattia aveva una faccia strana. A Maria caverei gli occhi. E’ è da quando siamo bambine che cerca di calpestare la mia erba. Prima le gare per chi aveva la Barbie più bella, poi le sfide di danza che vinceva sempre, visto che era snella ed aggraziata. Con quegli occhi da gatta morta è sempre riuscita ad imbambolare chiunque,tutti, tranne me. Infine ha iniziato a girare intorno a Mattia dal primo giorno in cui ci siamo fidanzati, sono sicura per il solo gusto di prendere ciò che è mio.
Sono già le undici di sera ed è ora di andare a dormire. Mando un messaggino a Mattia per augurargli la buona notte e incredibilmente sento il trillo del suo cellulare proprio nella strada sotto il mio balcone. La luce nella mia stanza è spenta e non è facile scorgerlo.
Stringo gli occhi a fessura e per una attimo sto per esultare nel chiamarlo ma mentre sto alzando la mano, quello che scorgo dalla penombra mi ferma.
Mattia è distante da me una trentina di metri, legge il messaggio dal cellulare con il display illuminato e lo ripone in tasca senza rispondere, ricominciando a parlare con qualcuno che gli sta di fronte. Non riesco a riesco a sentire cosa si dicono, anche se la conversazione è fitta. E’ strano quando mi ha salutato poco meno di un’ora fa aveva detto che sarebbe andato a letto presto, eppure è ancora in giro e proprio sotto la mia finestra. Nel suo comportamento c’è qualcosa di sospetto. Più silenziosa di una gatta, esco di casa e mi avvicino rasente il muro, quanto basta per riuscire a percepire almeno qualche parola. Quello che sento, detto dalla stessa voce che questo pomeriggio mi aveva coccolato con dolci parole, mi fa gelare il sangue “E’ solo questione di tempo”. Lo vedo incurvarsi, piegandosi in un abbraccio che conosco fin troppo bene, peccato però che adesso stia avvolgendo qualcun'altra. Pietrifica, mi chiedo se gli occhi mi stiano giocando un brutto scherzo. Non può essere vero. Sta baciando un’altra sotto la mia finestra? La voce dell’odiata rivale di sempre fornisce la risposta “Perdonami, non avrei dovuto seguirti, ma non resistevo all’idea di saperti con quella”.
Sarei tentata di fare una strage, vorrei dare sfogo agli istinti primordiali urlando come una pazza isterica degli insulti, che già fioccano in mente. Però le gambe non si muovono e la lingua tace. Tutto immobile, tranne loro, che si baciano senza pudore, ignari della mia presenza.
Passato il momento di disgusto, decido di rientrare in casa, lasciando gli amanti alle loro effusioni. Salgo in camera ma non resisto alla tentazione di inviare un sms di addio a Mattia, ironico e tagliente. Questa volta però non resto alla finestra a vedere la sua faccia mentre lo legge, chiudo le imposte e spengo il telefono, mentre lacrime di dolore mi solcano il viso. Addio mio infedele amore.
La mattina dopo trovo una busta con il mio nome infilata sotto la porta di casa, il telefono non l’ho ancora acceso e non lo accenderò per tutto il giorno. Straccio la busta e mi dirigo verso il lavoro, per fortuna che c’è il signor Giannino e questo lavoro a tenermi occupata e lontana dalle persone che non mi meritano.

©Arianna Berna

[4writers.info] - Progetti in cantiere


Le 4writers sono una fucina di idee e nuove iniziative... stiamo lavorando per realizzare nuovi progetti.
Basta avere un po' di pazienza e presto vi comunicheremo le novità che scaturiranno dalla creatività e dall'intraprendenza di queste giovani autrici!


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Calendario del 4writers.4blog

GENNAIO
Martedì 21 gennaio: Scintille d'Anima ospita Monica Coppola
Mercoledì 22 gennaio: Universo di Stelle ospita Silvia Devitofrancesco
Giovedì 23 gennaio: Viola, Vertigini e Vaniglia ospita Loriana Lucciarini
Venerdì 24 gennaio: Ragazza in rosso ospita Loriana Lucciarini
Domenica 26 gennaio: Ragazza in rosso ospita Monica Coppola
Lunedì 27 gennaio: Universo di Stelle ospita Loriana Lucciarini
Martedì 28 gennaio: Scintille d'Anima ospita Arianna Berna
Giovedì 30 gennaio: Viola, Vertigini e Vaniglia ospita Arianna Berna
Venerdì 31 gennaio: Scintille d'Anima ospita Silvia Devitofrancesco

FEBBRAIO
Sabato 1 febbraio: Universo di Stelle.comospita Monica Coppola
Domenica 2 febbraio: Ragazza in rosso ospita Arianna Berna
Lunedì 3 febbraio: Viola, Vertigini e Vaniglia ospita Silvia Devitofrancesco

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Ecco il blog!
La nostra storia inizia per caso ed proprio il potere del caso, assieme all’amore per la scrittura, che ci ha fatte incontrare ed unire. Loriana, Monica, Arianna e Silvia: 4 donne, 4 autrici, 4 amiche, 4 sognatrici…
E' nato così un progetto, una sfida: 4writers.4blog. Abbiamo voluto scommettere sperando nella pazienza e nel buon cuore dei nostri lettori: il blogtour è stato un successo!
Chiusa l'esperienza delle interviste le 4writers hanno pensato a una nuova tappa: un blog dove continuare a seguirle e dove ritrovare, perché no?, quel dialogo con i lettori già sperimentato durante il blogtour.

Una nuova scommessa sulla quale puntare... vinceranno anche questa volta?

A tutti voi, lettori ed amici, un caro benvenuto tra queste pagine...

Arianna, Loriana, Monica, Silvia

[stralci di pagine] - Come rinascere - da "Donne che amano troppo" di Robin Nordwood



«Perché è necessario affrontare i problemi
Noi donne che amiamo troppo siamo quasi tutte indotte ad addossare agli altri la colpa della nostra infelicità, mentre neghiamo i nostri errori e la responsabilità delle nostre scelte. Questo è un approccio alla vita patologico, che deve essere sradicato ed eliminato. Ciò si può fare solo guardando a fondo dentro di noi con sincerità e senza indulgenza.
Che cosa implica affrontare i problemi [Dovete scegliere qualcuno che abbia un sincero affetto per voi e che goda della vostra fiducia, quale confidente. Non dovrà consigliare, solo ascoltare ciò che avete scoperto su di voi, ciò che scaturisce da questo vostro percorso dentro di voi.]
Il fatto di aver potuto raccontare a qualcuno i vostri peggiori segreti senza restarne distrutte vi consentirà di sentirvi più sicure nel mondo. Coltivare tutto ciò che ha bisogno di essere sviluppato in se stesse. Invece di far dipendere i vostri progetti dalla cooperazione del vostro uomo, portateli avanti come se non aveste nessun altro che voi stesse cui appoggiarvi. Cosa richiede sviluppare se stesse. Imparate a dare a voi stesse. Datevi tempo, datevi attenzione, datevi oggetti materiali. Spesso impegnarsi a comprare qualcosa per voi ogni giorno può essere un’ottima lezione per imparare ad amare se stesse. I regali possono essere poco costosi, ma devono essere meno utili e più frivoli che mai: questo è un esercizio all’autoindulgenza. Abbiamo bisogno di imparare che noi stesse possiamo essere la fonte di cose buone nella nostra vita, e questo è un ottimo modo per cominciare. In questa impresa a volte quello che vi sarà richiesto potrà essere molto difficile. Dovrete affrontare il terribile vuoto interiore che emerge quando non siete concentrate su qualcun altro. A volte il vuoto sarà così profondo che vi parrà quasi di sentir soffiare il vento dove dovrebbe esserci il vostro cuore. Ascoltatelo, questo vento, in tutta la sua intensità (altrimenti, cerchereste qualche altro modo folle per distrarvi da voi stesse). Abbracciate il vuoto e rendetevi conto che non vi sentirete sempre così, e che solo continuando a sentirlo comincerete a riempirlo con il calore dell’accettazione di sé. In questo, fatevi aiutare dal vostro gruppo di sostegno. Anche la loro accettazione può aiutarvi a riempire il vuoto, e anche i vostri stessi progetti e le vostre attività. Si acquisisce un senso di sé da quello che si fa per se stesse e dallo sviluppo delle proprie capacità. Se tutti i vostri sforzi sono stati spesi per sviluppare gli altri, è inevitabile che sentiate vuoto. Adesso tocca a voi occuparvi di voi stesse.»
[da "Donne che amano troppo" di Robin Nordwood]