venerdì 1 agosto 2014

Buone vacanze a tutti... ci vediamo a settembre!


Agosto: il blog delle 4writers va in ferie...
Buone vacanze a tutt* voi 
e soprattutto (visto il meteo farlocco di quest'anno) 
buon relax in compagnia di una buona lettura!

Qui trovate le sezioni del blog 
dove troverete tante cose da leggere dal vostro tablet:


...ma se volete di più, 
ecco i titoli delle nostre 4 writers 
e dove poterli acquistare:
 

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...allora buona lettura, buon relax, buone vacanze 
e ci ritroviamo tutti qui a settembre!

Arianna, Loriana, Monica, Silvia


[ritratti] - Rachel Corrie (di Loriana Lucciarini)



Bisogna che finisca. Credo che sia una buona idea per tutti noi, mollare tutto e dedicare le nostre vite affinché ciò finisca.
Non penso più che sia una cosa da estremisti.
immagine tratta da internet
Voglio davvero andare a ballare al suono di Pat Benatar e avere dei ragazzi e disegnare fumetti per quelli che lavorano con me. Ma voglio anche che questo finisca.
Quello che provo è incredulità mista a orrore. Delusione. Sono delusa, mi rendo conto che questa è la realtà di base del nostro mondo e che noi ne siamo in realtà partecipi.
Non era questo che avevo chiesto quando sono entrata in questo mondo. Non era questo che la gente qui chiedeva quando è entrata nel mondo. Non è questo il mondo in cui tu e papà avete voluto che io entrassi, quando avete deciso di farmi nascere. Non era questo che intendevo, quando guardavo il lago Capital e dicevo, "questo è il vasto mondo e sto arrivando!" Non intendevo dire che stavo arrivando in un mondo in cui potevo vivere una vita comoda, senza alcuno sforzo, vivendo nella completa incoscienza della mia partecipazione a un genocidio.
 [Rachel Corrie]


PAGANDO IN PRIMA PERSONA

  
 
Rafah - striscia di Gaza, 18 gennaio 2003

Caro diario,
finalmente sono a Rafah ed è un’emozione grandissima. L’ho spuntata, riuscendo a convincere i miei genitori a mandarmi in un questo posto così lontano da Olimpia, dagli Stati Uniti. Alla fine si sono convinti a dirmi di sì, ed ora sono qui come membro dell’ISM (International Solidarity Movement). Ho molto da scoprire di questa terra, le cose non stanno esattamente come ce le descrivono sui giornali o nei tg. Non sto più nella pelle, vorrei iniziare subito a girare per i villaggi vicini, a conoscere persone, a relazionarmi con gli altri volontari che sono qui da più tempo di me; sono qui per lavorare per la pace e la giustizia, vorrei già essere operativa!
Rachel



Rafah, 7 febbraio 2003*

Ciao amici e famiglia e tutti gli altri,
sono in Palestina da due settimane e un'ora e non ho ancora parole per descrivere ciò che vedo. È difficilissimo per me pensare a cosa sta succedendo qui quando mi siedo per scrivere alle persone care negli Stati Uniti. È come aprire una porta virtuale verso il lusso. Non so se molti bambini qui abbiano mai vissuto senza i buchi dei proiettili dei carri armati sui muri delle case e le torri di un esercito che occupa la città che li sorveglia costantemente da vicino. Penso, sebbene non ne sia del tutto sicura, che anche il più piccolo di questi bambini capisca che la vita non è così in ogni angolo del mondo. […] Tuttavia, nessuna lettura, conferenza, documentario o passaparola avrebbe potuto prepararmi alla realtà della situazione che ho trovato qui. Non si può immaginare a meno di vederlo, e anche allora si è sempre più consapevoli che l'esperienza stessa non corrisponde affatto alla realtà: pensate alle difficoltà che dovrebbe affrontare l'esercito israeliano se sparasse a un cittadino statunitense disarmato, o al fatto che io ho il denaro per acquistare l'acqua mentre l'esercito distrugge i pozzi e naturalmente al fatto che io posso scegliere di andarmene. Nessuno nella mia famiglia è stato colpito, mentre andava in macchina, da un missile sparato da una torre alla fine di una delle strade principali della mia città. Io ho una casa. Posso andare a vedere l'oceano. Quando vado a scuola o al lavoro posso essere relativamente certa che non ci sarà un soldato, pesantemente armato, che aspetta a metà strada tra Mud Bay e il centro di Olympia a un checkpoint, con il potere di decidere se posso andarmene per i fatti miei e se posso tornare a casa quando ho finito.
Dopo tutto questo peregrinare, mi trovo a Rafah: una città di circa 140.000 persone, il 60% di questi sono profughi, molti di loro due o tre volte profughi. Oggi, mentre camminavo sulle macerie, dove una volta sorgevano delle case, alcuni soldati egiziani mi hanno rivolto la parola dall'altro lato del confine. "Vai! Vai!" mi hanno gridato, perché si avvicinava un carro armato. E poi mi hanno salutata e mi hanno chiesto "come ti chiami?". C'è qualcosa di preoccupante in questa curiosità amichevole. Mi ha fatto venire in mente in che misura noi, in qualche modo, siamo tutti bambini curiosi di altri bambini. Bambini egiziani che urlano a donne straniere che si avventurano sul percorso dei carri armati. Bambini palestinesi colpiti dai carri armati quando si sporgono dai muri per vedere cosa sta accadendo. Bambini di tutte le nazioni che stanno in piedi davanti ai carri armati con degli striscioni. Bambini israeliani che stanno in modo anonimo sui carri armati, di tanto in tanto urlano e a volte salutano con la mano, molti di loro costretti a stare qui, molti semplicemente aggressivi, sparano sulle case mentre noi ci allontaniamo.
Ho avuto difficoltà a trovare informazioni sul resto del mondo qui, ma sento dire che un'escalation nella guerra contro l'Iraq è inevitabile. Qui sono molto preoccupati della "rioccupazione di Gaza". Gaza viene rioccupata ogni giorno in vari modi ma credo che la paura sia quella che i carri armati entrino in tutte le strade e rimangano qui invece di entrare in alcune delle strade e ritirarsi dopo alcune ore o dopo qualche giorno a osservare e sparare dai confini delle comunità. Se la gente non sta già pensando alle conseguenze di questa guerra per i popoli dell'intera regione, spero che almeno lo iniziate a fare voi.
Un saluto a tutti. […]
Rachel




Rafah, 27 febbraio 2003*

Vi voglio bene. Mi mancate davvero. Ho degli incubi terribili, sogno i carri armati e i bulldozer fuori dalla nostra casa, con me e voi dentro. A volte, l'adrenalina funge da anestetico per settimane di seguito, poi improvvisamente la sera o la notte la cosa mi colpisce di nuovo: un po' della realtà della situazione.  […] Credo che Rafah oggi sia ufficialmente il posto più povero del mondo. Esisteva una classe media qui, una volta. Ci dicono anche che le spedizioni dei fiori da Gaza verso l'Europa venivano, a volte, ritardate per due settimane al valico di Erez per ispezioni di sicurezza. Potete immaginarvi quale fosse il valore di fiori tagliati due settimane prima sul mercato europeo, quindi il mercato si è chiuso. E poi sono arrivati i bulldozer, che distruggono gli orti e i giardini della gente. Cosa rimane per la gente da fare? Ditemi se riuscite a pensare a qualcosa. Io non ci riesco. Se la vita e il benessere di qualcuno di noi fossero completamente soffocati, se vivessimo con i nostri bambini in un posto che ogni giorno diventa più piccolo, sapendo, grazie alle nostre esperienze passate, che i soldati e i carri armati e i bulldozer ci possono attaccare in qualunque momento e distruggere tutte le serre che abbiamo coltivato da tanto tempo, e tutto questo mentre alcuni di noi vengono picchiati e tenuti prigionieri assieme a 149 altri per ore: non pensate che forse cercheremmo di usare dei mezzi un po' violenti per proteggere i frammenti che ci restano? Ci penso soprattutto quando vedo distruggere gli orti e le serre e gli alberi da frutta: anni di cure e di coltivazione. Penso a voi, e a quanto tempo ci vuole per far crescere le cose e quanta fatica e quanto amore ci vuole. Penso che in una simile situazione, la maggior parte della gente cercherebbe di difendersi come può. Penso che lo farebbe lo zio Craig. Probabilmente la nonna la farebbe. E penso che lo farei anch'io.
Mi avete chiesto della resistenza non violenta. Quando l'esplosivo è saltato ieri, ha rotto tutte le finestre nella casa della famiglia. Mi stavano servendo del tè, mentre giocavo con i bambini. Adesso è un brutto momento per me. Mi viene la nausea a essere trattata sempre con tanta dolcezza da persone che vanno incontro alla catastrofe. […]
Ma sono preoccupata per il lavoro che svolgo. Tutta la situazione che ho descritto, assieme a tante altre cose, costituisce un'eliminazione, a volte graduale, spesso mascherata, ma comunque massiccia, e una distruzione, delle possibilità di sopravvivenza di un particolare gruppo di persone. Ecco quello che vedo qui. Gli assassini, gli attacchi con i razzi e le fucilazioni dei bambini sono atrocità, ma ho tanta paura che se mi concentro su questi, finirò per perdere il contesto. La grande maggioranza della gente qui, anche se avesse i mezzi per fuggire altrove, anche se veramente volesse smetterla di resistere sulla loro terra e andarsene semplicemente (e questo sembra essere uno degli obiettivi meno nefandi di Sharon), non può andarsene. Perché non possono entrare in Israele per chiedere un visto e perché i paesi di destinazione non li farebbero entrare: parlo sia del nostro paese che di quelli arabi. […]  Voglio solo scrivere alla mamma per dirle che sono testimone di questo genocidio cronico e insidioso, e che ho davvero paura, comincio a mettere in discussione la mia fede fondamentale nella bontà della natura umana.
Rachel

 
Rafah, 2 marzo 2003

Caro diario,
sono stati giorni pieni e concitati e non ho avuto modo di mettermi a scrivere le impressioni di tutto ciò che ho vissuto, perché ne sono stata praticamente investita. Infatti, appena dopo il mio arrivo qui a Rafah, ho frequentato per due giorno il corso di addestramento in filosofia e tecniche di resistenza non-violenta, poi mi sono finalmente unita agli altri attivisti dell’Ism, per partecipare ad alcune azioni organizzate. Il mio lavoro qui però non si ferma solo a questo: come osservatore dei diritti umani sto studiando le azioni dei militari israeliani in questa area: ho documentato infatti lo smantellamento della strada che porta alla città di Gaza, la sparatoria contro gli operai dell’acquedotto municipale di Rafah, che stavano tentando di ricostruire i pozzi distrutti a gennaio dai bulldozer israeliani e la distruzione totale di 25 serre. Il mondo deve sapere davvero, perché l’informazione di ciò che accade in queste terre purtroppo al mondo intero non arriva.
Quanta pena ho nell’animo!
Rachel



Rafah, 16 marzo 2003

E’ arrivata la mia ora.
Sono qui, tra nuvole di polvere e detriti, a respirare gli ultimi aneliti di vita con lo sguardo rivolto verso il cielo. Sono scivolata da quel cumulo di terra e sono andata incontro alla morte, che è arrivata impassibile sulle ruote di quel cingolato. Non si è fermato, loro non si fermano di fronte a niente, neanche davanti a me… Non credevo di dover morir così, non in questo modo. Ma forse l’unico posto in cui avrei voluto che accadesse è proprio questa terra. Terra che ho imparato ad amare e che ha lasciato un segno nella mia anima. La porterò con me.
Rachel

 
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Rachel Corrie, 23 anni, attivista statunitense, è stata assassinata il 16 marzo 2003, schiacciata da una ruspa israeliana mentre tentava di evitare la demolizione dell'abitazione di un medico palestinese nella Striscia di Gaza. Secondo i testimoni oculari, Rachel aveva seguito la consolidata tecnica in uso ai membri dell’Ism per evitare la demolizione di abitazioni. A un certo punto forse Rachel scivolò e il bulldozer la investì. I testimoni dicono addirittura che il cingolato ingranò la retromarcia e le passò sopra di nuovo. Un testimone oculare ha aggiunto che «Il bulldozer avanzava lentamente. Quando lei è scivolata tutti noi siamo corsi verso il bulldozer perché si fermasse, ma chi guidava ha proseguito».
Secondo la versione ufficiale dell’esercito israeliano le responsabilità della morte della ragazza vennero imputate al comportamento "illegale, irresponsabile e pericoloso" dei dimostranti, quindi scagionarono completamente il conducente del mezzo. Però le fotografie scattate dai compagni di Rachel smentivano quella ricostruzione, dimostrando il contrario. Comunque nel processo che seguì, il giudice della corte di Haifa, nonostante le prove prodotte dall’Ism, sentenziò che la sua morte fu «il risultato di un incidente che lei stessa aveva attirato su di sé», avallando quindi la ricostruzione ufficiale israeliana.

*Questi sono stralci delle vere lettere che Rachel Corrie scrisse alla sua famiglia. La documentazione è tratta dal sito http://www.peacelink.it e le traduzioni delle stesse sono a cura di Miguel Martinez, Lucia De Rocco, Silvia Lanfranchini, Nora Tigges Mazzone, Andrea Spila  (Traduttori per la Pace).



@Loriana Lucciarini





[racconti brevi] - 21 giugno: Notte prima degli esami e Amarcord… (di Monica Coppola)


21 giugno: Notte prima degli esami e Amarcord

È la notte del solstizio d’estate e mentre dall’altra parte dell’emisfero la nostra nazionale si flagella per quel goal di Ruiz al quarantaquattresimo, io mi barcameno tra i dubbi last minute di una promessa sposa e quelli di una studentessa a poche ore dall’esame orale.

Per essere più precisa cerco di confortare la fatina M. sottovoce e in bilico nell’unico microangolo libero del letto, alla luce di una candela profumata alla viola, tanto per dare una nota romantica alle mie notti visto che il mio coinquilino rantola rumorosamente sul lato destro del talamo nuziale e la piccola C. ha invaso la restante piazza e mezza e riposa beata, distesa a stella marina.

«Vedrai che il vestito sarà perfetto…»

«Non mi allarga i fianchi vero?»

«Ma se hai un vitino di vespa!»

«Dovevo prenderne uno stile impero così potevo divorarmi l’intero buffet degli antipasti…»

«Qualcosa mi dice che non avrai molto appetito…»

«A proposito di appetito… Secondo te avrò fatto bene a mettere il flan di asparagi con la fonduta di toma d’alpeggio? E se non stanno bene insieme?»

«Stai tranquilla. Non credo che qualche invitato si faccia domande sulla liason tra l’asparago e la toma. Quelli mangiano e basta…»

«Sì, sì hai ragione. E il risotto al prosecco mantecato al Castelmagno? Sarà mica indigesto?»

«Si papperanno pure quello vedrai.»

«Tu dici? Beh speriamo… e speriamo anche che non piova…» sospiro dall’altra parte della cornetta «E se invece piove?»

«Ci sarà il sole però tu ora riposa. Che mancano meno di 24 ore al grande giorno!»

«No, no non ricordarmelo. Se no vado nel panico!»

«Mà non riesco a dormire…» F. a piedi nudi e pigiama a righe “stile condannato” e immancabile smartphone trasformato in torcia luminosa per l’occasione, mi appare davanti insieme a tutto lo staff dei timori, dubbi e inquietudini esistenziali della notte prima degli esami unite alle paturnie evergreen di una quattordicenne.

Congedo la sposa rassicurandola sulle condizioni meteorologiche avverse previste per il weekend e passo ad occuparmi di F.

«È normale. È la tua notte prima degli esami. Capita a tutti» e le accarezzo i capelli scompigliati.

«Anche a te?»

Io annuisco «Quando facevo gli esami sì. Sempre»

«Non mi ricordo niente…»

«Ti ricordi tutto. Ti ho sentita solo poche ore fa…»

«Sì ma ora non mi ricordo niente…» poi guarda con aria speranzosa il minuscolo spazio libero a bordo del letto «Posso dormire qui?»

L’ennesimo rantolo del coinquilino spezza il silenzio e affloscia anche la fiammella della mia candela profumata.

«Ehm… forse è meglio se vengo io di là da te…»

Ci spostiamo di camera, chiudiamo le porte e finalmente assaporiamo i primi minuti di silenzio di questa strana notte. Ma non ne passano molti che…

«Mà…» mi chiama ancora. Io mi aspetto l’ennesimo quesito pre esame e invece come un’interrogazione non programmata, mi arriva a sorpresa una domanda tutta nuova «Com’eri tu alla mia età?»

“Eh insomma” vorrei risponderle…

Ho dei flashback delle fasce di pizzo che mi mettevo in testa come fan della signorina Ciccone, dei lucidalabbra pastosi alla fragola che immancabilmente si scioglievano nelle tasche degli shorts che tagliavamo con la forbice sopra le ginocchia.

Ripenso alle montagne di “Cioè”, “Ragazza In” e “Dolly” arraffati dalle edicole e divorati nei sottoscala con le amiche per capire che caspita significava “petting” e carpire ogni segreto del bacio alla francese.

Erano altri tempi, lontani da internet e da facebook. I ragazzi, quando ti andava bene, li conoscevi giocando a pallamuro e li baciavi giocando a nascondino.

Fiorello aveva ancora il codino e Jovanotti era posseduto da uno pseudo avatar che portava il cappello da basket al contrario e voleva a tutti i costi diventare presidente.

Steve Jobs aveva inventato il primo Mac ma io non me n’ero nemmeno accorta: quando parlavi di computer pensavano tutti al Commodore 64 annesso di Pacman e fantasmini bicolore.

A volte ci si rannicchiava sul divano con gli amici a vedere qualche film del terrore preso a noleggio tanto per tirare fuori un po’ del nostro coraggio di neo adolescenti di fine anni Ottanta.

Anche se io sinceramente mi nascondevo gli occhi con le mani e tremavo di paura.

Proprio come la notte prima degli esami.

Perché quella paura lì, in fondo resta sempre la stessa, quella che ora ha F.

Anche se in mezzo è passato un trentennio…

«Più o meno come te ma senza facebook e smartphone…» le rispondo alla fine della mia lunga riflessione.

«No dài, ma che sfiga…» ribatte subito convinta. Anche perché le sembra impossibile pensare che è esistito un tempo in cui se sentivi una canzone che ti piaceva un sacco, non avevi alternativa che aspettare che il pezzo passasse alla radio per poi pigiare in concomitanza il tasto “rec” del tuo stereo, sperando che la cassetta mangianastri avesse ancora spazio e che quel deficiente dello speaker non ci parlasse sopra.

Altro che l’app Shazam…

«Beh allora era normale così…»

«Molto meglio essere una ragazza del duemila.» Aggiunge fiera lottando con uno sbadiglio. «Secondo me quando eri giovane tu era una noiossima palla…» e riflettendo sul contesto sociale sfigato e offline della mia adolescenza, si gira pacifica su un fianco e scivola lentamente tra le braccia di Morfeo…


[il mondo delle donne] - Verso una nuova alba (di Silvia Devitofrancesco)






VERSO UNA NUOVA ALBA


Ho sempre odiato il carnevale. La gente che si traveste per incarnare quel personaggio che avrebbe voluto essere, ma non può essere, le maschere che occultano i visi, la finta innocente allegria.

Era un carnevale come un altro. Una bambina con la gioia di vivere travestita da fata per possedere, almeno per un giorno, la facoltà di trasformare le cose in farfalle. Accanto a lei c’era sua madre. Il suo modello, la sua grande fata buona. Il loro era un rapporto speciale. Simbiotico. Il loro piccolo mondo nel quale abitavano sole. Sole e felici.

La bambina stringeva forte la mano della mamma mentre insieme osservavano i tradizionali carri allegorici che sfilavano lungo la via principale del loro paese.

Il sole illuminava i prati circostanti e le risate festose della gente allietavano quella piacevole domenica di febbraio.

Mi sveglio di soprassalto col cuore che mi martella nel petto. La camicia da notte è madida di sudore. Con mano tremante accendo il lume e respiro affannosamente. La stanza si colora di luce, quella stessa luce così rassicurante che mi ha cullata nelle notti di bambina quando piangevo chiedendo disperatamente dove fosse la mia mamma.

L’uomo che occupa l’altra metà del mio letto si desta. Solleva la testa dal cuscino e mi rivolge uno sguardo preoccupato. <<Miriam, Miriam come stai?>> mi chiede apprensivo. Sorrido guardandolo. Il mio uomo. L’uomo che ho scelto come compagno in ogni momento. <<Tutto apposto, stà tranquillo. È stato il solito incubo. Vado a farmi una doccia. Tu dormi!>> Lo bacio teneramente sulle labbra ed egli, come un bambino ubbidiente, si addormenta all’istante.

Entro in bagno, richiudo la porta alle mie spalle, apro il rubinetto della vasca e mi lascio scivolare lungo la parete piastrellata per poi sedermi sul pavimento freddo. Chiudo gli occhi e, col sottofondo prodotto dal rumore dell’acqua che scorre, rivedo quelle immagini che mi perseguitano da anni.

La bambina era così intenta a lanciare i coriandoli colorati, spensierata e felice come solo i bambini sanno essere, da non accorgersi di ciò che stesse accadendo alle sue spalle, come, d’altronde, il resto della gente che affollava quel marciapiede. Tuttavia questi individui finsero di non aver notato nulla e stesero il velo dell’omertà, nascondendosi dietro i sorrisi e gli applausi per gli artisti di strada che si stavano esibendo in quel momento.

La sfilata giunse al termine. La folla applaudiva festosa e i bambini stringevano la mano dei genitori per poi avviarsi verso casa. La piccola Miriam salutava i suoi amici e, contemporaneamente, si voltava in attesa che sua madre le si avvicinasse. La strada era quasi deserta. La luce del sole stava lentamente scomparendo per lasciare spazio al chiarore della luna. <<Mamma, mamma dove sei?>> gridò la bambina. La mamma non le rispose. La piccola mosse qualche piccolo passo sull’asfalto e riprese a chiamare la sua mamma. <<Mamma dove sei?>> Ancora una volta non ottenne alcuna risposta. Miriam iniziò a singhiozzare attirando, così, l’attenzione delle comitive di ragazzi che si dirigevano verso un vicino pub. <<Piccola cosa è successo?>> <<La mia mamma, non riesco più a trovare la mia mamma. Ho paura voglio la mia mamma.>>

Il rumore dell’acqua che si riversa sul pavimento mi fa uscire da questo stato di torpore nel quale sono caduta. Mi rialzo a fatica e chiudo immediatamente i rubinetti. Mi sfilo la camicia da notte, accarezzo il mio corpo nudo di donna e mi immergo nell’acqua. Mi strofino con forza, quasi graffiandomi, così da mandare via quell’incubo che, quasi ogni notte, torna ad affliggermi. Ho sempre rifiutato l’aiuto che mi veniva offerto dai lontani parenti, dagli amici, dalla psicologa della scuola. Questo incubo è un fantasma che fa parte di me, vive in me e sarà con me fino alla fine dei miei giorni.

La bambina singhiozzava terrorizzata. <<Voglio la mia mamma, portatemi dalla mia mamma.>> Due braccia possenti la afferrarono e la portarono via, nonostante lei provasse a dimenarsi scalciando.

Esco dalla vasca e indosso l’accappatoio. Infilo i miei lunghi capelli neri, che tanto mi rendono simile a lei, in un asciugamano, spengo la luce e torno a letto.

L’uomo, che da tre anni è mio marito, dorme girato su un fianco. Non appena mi sdraio, la sua mano mi stringe forte, attirandomi a sé, come a volermi proteggere.

L’infanzia della piccola Miriam terminò in una casa- famiglia, poiché nessuno fu disposto a prendersi cura di lei. Ogni notte la bambina guardava le stelle, sperando di poter scorgere il volto della sua mamma. Avrebbe tanto desiderato conoscere il motivo che l’aveva spinta ad abbandonarla…

Molti anni dopo, divenuta ormai una donna, Miriam seppe che sua madre era stata rapita, per poi essere uccisa, dall’unico uomo che ella avesse mai amato: suo padre.

<<Amore, è qui, tra le tue braccia, che io desidero vivere.>> sussurro all’orecchio di mio marito prima di addormentarmi serena. Con lui al mio fianco, pronto a sorreggermi e a supportarmi, avrei camminato con passo sicuro verso una nuova alba. Un’alba colorata di rosa, che avrebbe scacciato via le tenebre del ricordo.


©Silvia Devitofrancesco

[poesie] - Amore all'improvviso di Arianna Berna


Amore all'improvviso



Faceva freddo
e mai avrei immaginato che il cuore si sarebbe scaldato
proprio quella sera,
proprio con lui.


Così diversi,
così lontani,
due pianeti distinti,
due opposti che inevitabilmente si attraggono.


Il primo timido bacio,
quasi per sbaglio,
quasi temuto,
eppure così intenso.


Labbra che si cercano
e improvvisamente non sanno più fare a meno le une delle altre
un brivido,
un'ondata di gioia.


Fra tutti proprio lui,
e ancora lui,
e da adesso in poi... sempre lui,
nella testa e nel cuore.


©Arianna Berna