venerdì 30 gennaio 2015

[poesie] - Riflessioni notturne - di Arianna Berna





Riflessioni notturne 

La mezza notte è scoccata
da pochi minuti è iniziato il nuovo giorno.
Gli occhi fanno male dal sonno,
ma la mente corre inesorabile,
inarrestabile,
viaggia a mille all'ora nella corsia di sorpasso
rincorrendo una meta che non conosco, sentendomi viva.
Questa sono io, questa è la donna in cui mi riconosco. 

©Arianna Berna

martedì 27 gennaio 2015

Giornata della memoria: l'Olocausto narrato nei libri a imperitura memoria

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articolo di ©Loriana Lucciarini

In questi ultimi anni abbiamo assistito a un revisionismo storico che va osteggiato continuando a ricordare gli eventi talmente agghiaccianti che l'umanità tende a voler dimenticare. 

E' un compito che spetta a tutti, affinché tutto ciò non possa più verificarsi.
Le cronache, purtroppo, riportano notizie troppo simili a quelle accadute nel passato, in varie parti del mondo (Palestina, Kurdistan e altri). 

Proprio per questo bisogna focalizzare la nostra attenzione a capirne le cause e impedire che la storia si possa ripetere, ancora una volta.

Appunto a questo scopo, in questa Giornata della Memoria, vi presenterà alcuni stralci tratti da vari libri che raccontano l'Olocausto, romanzi famosi e meno conosciuti. Per non dimenticare.

Spero apprezzerete...  




Quando dal cielo cadevano le stelle, Sofia Domino. Copertina.Il libro "Quando dal cielo cadevano le stelle" della brava Sofia Domino, un'autrice emergente nel panorama dell'editoria italiana, racconta il genocidio degli ebrei, narrando le vicende della giovane Lia che, un po' come Anna Frank, vive con sgomento e incredulità l'orrore che lentamente le stravolgerà la vita. A differenza de Il diario di Anna Frank però, gli eventi si svolgono in una Roma sotto bombardamenti e molti luoghi inseriti nel romanzo potranno essere riconosciuti dai lettori. L'Autrice ha anche inserito note a pié di pagina per dare ulteriori informazioni storiche.
Trovo che questo romanzo possa essere valutato per l'impiego nelle scuole, soprattutto per i nostri studenti, perché riesce a coinvolgere e a far partecipare il lettore alle vicende dell'Olocausto.
Una domanda fra tutte la giovane Lia si pone, quasi affranta di fronte all'ineluttabilità dell'orrore perpetrato dai nazisti:
“Perché?”. Perché quest’accanimento e quest’odio così rabbioso nei confronti del mio popolo? Perché essere privata della mia vita, della mia libertà? In nome di cosa, tutto questo, quando la vita è così meravigliosa?”
[Sofia Domino, Quando dal cielo cadevano le stelle]

L'animo umano fatica a comprendere il perché di tanta crudeltà: viene annichilito dall'orrore. Hitler e il suo esercito organizzarono scientemente non solo un omicidio di massa ai danni di ebrei, zingari, prigionieri politici, omosessuali e altre etnie, ma perpetrarono anche il vile annullamento dell'essere umano.
Nei campi di concentramento infatti si veniva marchiati con un numero, con la volontà di togliere dignità all'uomo in prigionia. Uomini e donne subivano le più atroci torture e le umiliazioni più terribili. Non c'è politica nè ideologia che tenga di fronte a una barbarie così grande.



indexRaccontare l'orrore e la distruzione della dignità umana è stato il compito assunto di Primo Levi.
Dopo aver letto il suo romanzo "Se questo è un uomo" non si può più ignorare l'Eccidio, perché lo si vive pagina dopo pagina, con viscerale partecipazione ed emotività.
La strategia di ridurre gli uomini a larve, senza più pensieri né sentimenti, viene raccontata con nettezza dallo scrittore:
Nulla è più nostro: ci hanno tolto gli abiti, le scarpe, anche i capelli; se parleremo, non ci ascolteranno, e se ci ascoltassero, non ci capirebbero. Ci toglieranno anche il nome: e se vorremo conservarlo, dovremo trovare in noi la forza di farlo, di fare sì che dietro al nome, qualcosa ancora di noi, di noi quali eravamo, rimanga.
[Primo Levi, Se questo è un uomo]

***

Noi giacevamo in un mondo di morti e di larve.
[Primo Levi, Se questo è un uomo]

***

L’ultima traccia di civiltà era sparita intorno a noi e dentro di noi.
Credo che lui stesso abbia dimenticato il suo nome, certo si comporta come se così fosse. Quando parla, quando guarda, dà l’impressione di essere vuoto interiormente, nulla più che un involucro, come certe spoglie di insetti che si trovano in riva agli stagni, attaccate con un filo ai sassi, e il vento le scuote.
[Primo Levi, Se questo è un uomo]
Primo Levi scrive una condanna a fuoco dell'Olocausto. In queste brevi righe c'è tutta la sofferenza, lo strazio, la rabbia e la rassegnazione di chi è uscito indenne dall'inferno e tenta di ricostruire, pezzo per pezzo, la propria vita, il proprio essere uomo, la propria dignità dopo l'orrore.
Allora per la prima volta ci siamo accorti che la nostra lingua manca di parole per esprimere quest'offesa, la demolizione di un uomo. In un attimo, con intuizione quasi profetica, la realtà ci si è rivelata: siamo arrivati in fondo. Più già di così non si può andare: condizione umana più misera non c'è, e non è pensabile. Nulla è più nostro: ci hanno tolto gli abiti, le scarpe, anche i capelli; se parleremo, non ci ascolteranno, e se ci ascoltassero, non ci capirebbero. Ci toglieranno anche il nome: e se vorremo conservarlo, dovremo trovare in noi la forza di farlo, di fare sì che dietro al nome, qualcosa ancora di noi, di noi quali eravamo, rimanga.
[Primo Levi, Se questo è un uomo]
  


annafrankNel famosissimo "Il diario di Anna Frank", ritrovato postumo a fine guerra dal padre - unico sopravvissuto - dopo la morte della giovane nel campo di concentramento di Bergen-Belsen, la giovane ebrea racconta sogni, desideri e speranze comuni a tante adolescenti della sua età.
L'animo umano non ha confini, né razza, né religione: è uguale per tutti. Per questo diventa doloroso e partecipativo il procedere nella lettura, perché i pensieri di Anna sono uno specchio in cui tutti possono riconoscersi.
Questo è uno dei motivi per cui il romanzo è diventato uno dei più letti in tutto il mondo, perché pone l'attenzione sul valore della vita umana, una vita fatta di emozioni, sogni, desideri, amore e sentimenti di generosità e comprensione. Una vita che viene smembrata di tutto ciò per trasformarsi in un numero marchiato sulla pelle, dove non esiste né umanità né dignità.
Eppure, pur se consapevole dell'orrore della guerra e dello sterminio che i nazisti stavano compiendo sulla sua gente, la giovane Anna perseverava nel mantenere la speranza. Così, infatti, scriveva nel suo diario:
Non penso a tutta la miseria,
ma alla bellezza che rimane ancora.
[Anna Frank, Il diario di Anna Frank]




I pensieri positivi e la determinazione a sopravvivere, purtroppo, non salveranno i sei milioni di ebrei dallo sterminio. Morti nei campi di concentramento per stenti, per l'abbrutimento della propria umanità o vittime della violenza e della ferocia nazista. Uccisi in camere a gas, sottoposti ad esperimenti crudeli, costretti a lavorare e marciare fino allo sfinimento. Senza pietà.
Ad Anna non basterà il grande amore per la vita a farla resistere. Così come per la giovane Lia: le umiliazioni e il dolore soffocheranno la sua determinazione ad aspettare il giorno della liberazione. Entrambe scivoleranno nel loro ineluttabile destino con rassegnata resa.
Ma per tanti che non ebbero più voce, molti altri diventarono testimoni dell'Olocausto, come Primo Levi che, nel suo romanzo, scrive un'accusa universale, a imperitura memoria:
Voi che vivete sicuri nelle vostre tiepide case, voi che trovate tornando a sera il cibo caldo e visi amici: considerate se questo è un uomo che lavora nel fango che non conosce pace che lotta per mezzo pane che muore per un sì o per un no. Considerate se questa è una donna, senza capelli e senza nome senza più forza di ricordare vuoti gli occhi e freddo il grembo come una rana d'inverno. Meditate che questo è stato: vi comando queste parole. Scolpitele nel vostro cuore stando in casa andando per via, coricandovi alzandovi; ripetetele ai vostri figli. O vi si sfaccia la casa, la malattia vi impedisca, i vostri nati torcano il viso da voi.
[Primo Levi, Se questo è un uomo]

Testimoniare sempre, perché, dice ancora Levi:
Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario.
Concludo il mio articolo con la canzone Auschwitz scritta dal grande cantautore  Francesco Guccini  che, con delicatezza e rabbia, ci porta direttamente nell'orrore e ci rende capaci di non dimenticare...

[youtube=http://youtu.be/0fds1qlgMSk]




domenica 4 gennaio 2015

[ritratti] - Caterina D'Aragona

Diario impossibile: scrive Caterina d’Aragona

Sono la moglie del re inglese Enrico VIII Tudor, sono figlia dell’austera Spagna, ma ormai anche figlia della soffice Inghilterra. Lo amavo Enrico. L’ho amato fin dal primo sguardo, fin da quando il nostro matrimonio era stato deciso. Sì, anche lui mi ha amata. A suo modo, certo, ma mi ha amata. Abbiamo avuto una splendida bambina: la principessa Maria. La guardo e sorrido, vedo in lei una piccola me. Le figlie sono simili alle madri, è un fatto di natura e noi madri facciamo di tutto per enfatizzare queste somiglianze, pettinandole come noi, vestendole secondo il nostro gusto, cercando di imporre il nostro modello. Enrico, tuttavia, non è felice. Lui vuole un figlio maschio. Lui ha un vitale bisogno di un figlio maschio. Io sto cercando con ogni mezzo di darglielo, ma non ci riesco. Il mio ventre non riesce a generare più bambini e questa sarà la causa della mia rovina. Lo conosco Enrico, il suo amore ha la data di scadenza, farà di tutto per liberarsi di me e per cercare un’altra donna che gli dia il tanto desiderato figlio maschio, ormai questa è per lui una vera e propria ossessione e, si sa, dalle ossessioni è molto difficile guarire. Le ossessioni portano alla follia e sono causa di male, tanto male. Non mi rimpiazzare ti prego! Ti prego, Signore, dammi un figlio maschio, ti prego! Non voglio lasciare questo trono per il quale sono stata pronta a lasciare il mio adorato paese e la mia adorata famiglia, ma, purtroppo, temo che molto presto questi miei timori saranno realtà.

Ti sto osservando Enrico, cerco di studiare ogni tua mossa, ogni tuo più piccolo gesto, ogni tuo battito di ciglia e seguo la traiettoria del tuo sguardo. Ecco la tua prossima preda, è lei. La rossa Anna Bolena, è con lei che hai intenzione di sostituirmi? È da lei che vuoi il figlio maschio?

Come la guardi, come la desideri e poi a me, tua moglie, non mi degni manco di uno sguardo di sfuggita. Che ci trovi in lei? È una sgualdrina, ti vuole usare solo per diventare regina e avere il suo attimo di celebrità e fa male perché poi verrà rimpiazzata anche lei.

Anna, sei così bella, così giovane, così solare, perché rovinarti la vita accanto ad Enrico? La brama di potere non vale le sofferenze di dopo. Enrico è l’uomo passionale, dolce e romantico solo la prima notte di nozze, poi diventi solo uno strumento di potere: tu, donna, servi solo a dargli l’erede, per il resto non verrai mai considerata e, ahimè, non si farà scrupoli a tradirti con chi capita: cameriere, nobildonne, ricche vedove, ma anche semplici contadine, purchè sei bella e affascinante.

Anna, tu ci sai fare con gli uomini, guardi Enrico nei posti giusti, sei seducente, hai uno sguardo malizioso e ricco di femminilità… Enrico ti desidera, presto sarai nel suo letto e io sarò relegata ad un destino di solitudine e tristezza. Io di certo non starò a guardare, io non me ne andrò così facilmente! Non lascerò che il tuo sogno di bambina viziata si avveri!

Qualche tempo dopo

E dunque mi ordinate di andar via? Addirittura! D’accordo io accetto, a malincuore, questo vostro ordine. È stato inutile implorarti, Enrico, è stato inutile provare a convincerti a lasciare Maria con me, ma tanto tu sei una persona molto crudele e spero tanto, con tutto il cuore, che, un giorno, capiti anche a te, non la mia stessa sorte, ma una sorte ben peggiore. Oggi mi guardi sprezzante, con quel tuo sguardo tagliente che uccide, sei convinta di aver vinto la guerra, ma vedrai, che molto presto non sarà tutto cos’ roseo come ti sembra ora. Se non sarai in grado di dargli l’erede maschio Enrico non ci penserà due volte a sostituirti con una nuova regina, magari dai capelli dorati stavolta, e tu, cara mia, ricorderai la povera Caterina.

©Silvia Devitofrancesco

giovedì 1 gennaio 2015

Buon 2015!




Buon anno a tutte le lettrici e lettori del blog delle 4writers!
Iniziamo questo nostro giorno n. 1, dei prossimi 364 giorni di questo 2015, con nuove pubblicazioni.

Per i Mondo delle donne, Arianna Berna ci racconta come ha vinto la battaglia per liberarsi dal fumo. Il suo racconto breve è "Donne che fumano" e lo potete leggere qui



Per la sezione Racconti brevi, Loriana Lucciarini, ci porta dentro le affascinanti atmosfere di una libreria speciale e di un'indagine dal finale inaspettato: "Un fidanzato per Giulia", da leggere tutto d'un fiato qui



Per la sezione Ritratti vi presentiamo la novità del 2015: non solo ritratti di donne famose, ma anche spassosi racconti di vita quotidiana. Monica Coppola apre questa nuova pubblicazione con un chick-lit spassoso: "Feste & Frottole", una lettura frizzate e ironica da leggere qui



Il contributo per la sezione Ritratti (quella originale, però!) vi inviatiamo a fare un salto nella storia, leggendo il diario impossibile di Caterina d'Aragona, scritto per voi da Silvia Devitofrancesco. qui


Mentre per la sezione Poesie, "I legami sottili dell'anima" di Loriana Lucciarini vi dipinge i rapporti umani. Potete leggerne i versi qui



Buona lettura e buon anno a tutte e tutti voi!

Le 4writers


[poesie] - I legami sottili dell'anima, di Loriana Lucciarini


I legami sottili invisibili
non si spezzano mai.
Neanche se il tempo li artiglia,
neanche se lo spazio
riempie la distanza di sassi e muri
di silenzio e poco tempo.

Niente,
i legami sottili invisibili
quelli tra le anime
non si spezzano mai.

["I legami sottili dell'anima" - 2013 - Loriana Lucciarini]

[ritratti] - Ritratti di famiglia: FESTE & FROTTOLE, di Monica Coppola





Mancava una manciata di giorni a Natale ed eravamo tutti in pieno loop decorativo: io appallottolavo a cottimo copie metropolitane di "Leggo" nel tentativo di ricreare il paesaggio rupestre di Gerusalemme e la piccola C. disseminava porcelli di plastica, ochette e cammelli in ogni angolo del presepe.
In contemporanea il pericoloso duo coinquilino-candycrush dipendente e teenagers dall’umore sereno variabile agganciava palline colorate a gancetti autodistruttibili al tatto.
La rapida e incontrollata avanzata della specie animale rischiava di annientare pastorelli e affini quando una notifica di wathsapp catturò la mia attenzione.
Sul mio display lampeggiava la fotografia dell’originale albero di Natale della mia amica W. dove, oltre a fiocchetti e ghirlande, spiccavano una serie assortita di “palle*”, bugie più o meno innocenti, da cui tutti noi attingiamo a man bassa: “La penso esattamente come te” –sorridendo con ipocrisia al cretino che ci sta di fronte - “Ohhh..ma che fantastico pensiero !!!” - scartando il quarantaduesimo cherubino panciuto dell’anno - ” “Sì, sì adesso arrivo…sono quasi pronta”- ignorando beatamente l’incedere della lancetta e guardando con aria indecisa l’armadio spalancato, in mutande e calzettoni antiscivolo.
Leggendo le bugie infiocchettate sull’albero mi sono venute in mente quelle che, come i canditi nel panettone, sono diventate ormai parte integrante del nostro lessico familiare.
Le dolci frottole della piccola C. che alla domanda di rito “Hai sistemato i tuoi giochi?” alterna, a seconda dell’umore, un annoiato “Lo faccio dopo. Promesso” ad un pinocchiesco “ Sì, sì è tutto a posto mammina!”.
Segue a ruota la bugia passpartout dei 5 minuti che, a seconda della posizione dei meridiani diventa rispettivamente “Dormo solo per altri 5 minuti” (7:00 am) o “Resto sveglia soltanto ancora 5 minuti. Giuro” (10:30 pm).
Alla sua innocenza si alterna il candore virginale con cui, ad ogni rituale del Bagno, il mio coinquilino si aggira con aria disorientata, accappatoio appoggiato al braccio destro e flacone di felce azzurra impugnato nella mano sinistra, chiedendo informazioni logistiche su slip e calzini, condendo il tutto con la solita palla di sottofondo del “Non so dove siano…
Ovviamente senza nemmeno dare una sbirciatina all’unica cassettiera che possediamo….
E poi ci sono le panzane 2.0, quelle ideate dai teenagers in virtù dei moderni canali di social comunicazione: “Ti avrei avvisato ma il cellulare si è scaricato (o in alternativa… non prendeva… non c’era campo… il credito era finito) fino allo spudorato “Ti ho mandato un sms per avvisarti. Ohhh non ti è arrivato???” “Ti ho scritto su wathsapp solo che tu non ti sei collegata!
Altra scusa che svetta nella top ten degli scansafatiche adolescenti è il classico “Non lo so fare…” “Perché pulire? Tanto poi la polvere torna comunque…” o “Adesso vengo ad aiutarti” raro caso in cui l’avverbio di tempo assume una valenza totalmente opposta al suo significato originario il che, in parole povere significa “Aspetta e spera…
E mentre ero persa nel mare di frottole familiari la piccola C. mi ha tirato la manica del maglione riportandomi nello Spirito del Natale Presente, per mostrarmi orgogliosa il suo presepe finito, in cui, oltre ad un assortito zoo safari, spiccava una clonazione di cammelli e Re Magi.
Nel frattempo il coinquilino in versione natalizia era pronto a premere l’interruttore che avrebbe illuminato il tutto. «Allora siamo pronti?Accendiamo?»
«Ma… sei sicuro?» tentenno io osservando la massa arzigogolata di ciabatte e cavi.
Lui annuisce con la consueta, pacifica, aria rassicurante «Ma certo. Stai tranquilla…»
E a me, chissà perché, tornano in mente le “palle” sull’albero della mia amica.
«L’accendiamo?» ripete ancora con l’entusiasmo di un bambino.
Io annuisco timorosa seguita dallo sguardo preoccupato delle ragazze. Del resto quando il capofamiglia armeggia con qualcosa di diverso dalla tastiera dello smartphone non si sa mai quel che può accadere…
Ma questa volta sembra andare tutto per il meglio. Preme il pulsante e il presepe magnificamente s'illumina...
Le lucine intermittenti funzionano, l‘acqua del pozzetto scorre, le ochette girano intorno al laghetto e un tintinnante “jingle bells” allieta i nostri timpani.
Ma appena qualche secondo tutto si spegne. Black out totale.
«Mamma…?» domandano in coro due vocine preoccupate.
«Tranquille ragazze… Tutto sotto controllo. Ora ci penso io» la voce del capofamiglia ci rassicura nel buio.
«Mamma, sei certa che vada tutto bene?»
«Sì, sì…» Esito, cercando di mascherare un’ostentata sicurezza «Con vostro padre siamo in buone mani!» Ma ecco che una persistente puzza di bruciato inizia a solleticarmi il naso accompagnata da alcune rassicuranti bugie:
E’ tutto sotto controllo.
E’ solo un piccolo contrattempo.
Non c’è assolutamente da preoccuparsi.
Basterà semplicemente servire, al posto della zuppa di pesce, frittelle di frottole al cenone…
Magari accompagnate da un barbeque di cammelli… ;)
Buone Feste&Frottole a tutti!!! 

*http://www.lepalle.it/ qui trovate le decorazioni a cui si è ispirato questo post

[RACCONTI BREVI] - Un fidanzato per Giulia (di Loriana Lucciarini)




Mi piace un sacco l’atmosfera che Giulia, la proprietaria, ha saputo creare nella sua libreria: letture e bar.
L’idea Giulia l’ha scippata a un celebre telefilm di alcuni anni fa, ed è nata così “Fra le pagine”.
La libreria è molto frequentata anche dai giovani perché i libri si possono prendere in prestito, come in una biblioteca; così in tanti vengono per leggere gratis in questo ambiente confortevole.
Adoro lavorare qui e sono brava. Scovo il libro giusto per tutti e mi aiuta essere stata avida lettrice da bambina.

Entro in libreria e trovo Giulia già al lavoro.
Sta sistemando i libri appena arrivati disponendoli in vetrina.
Dopo avermi salutata mi chiede di sistemare alcuni libri “rientrati alla base”.
Mi metto al lavoro. Annoto nel registro le riconsegne e mi accingo a mettere i volumi al loro posto ma dalla pila cade un foglietto.
Lo raccolgo e lo leggo: “Vuoi uscire con me una sera di queste? A.

Dopo lo stupore iniziale la mia mente inizia a fare mille elucubrazioni. A chi è diretto il biglietto? Di solito è Giulia che si occupa di risistemare i libri in prestito e tutti gli iscritti lo sanno. Quindi è per lei.
Il detective che è in me inizia a indagare sull’autore del messaggio. Non sapendo da quale volume sia fuoriuscito il foglio non posso risalire al mittente, ma spulcio il registro per ridurre i sospettati. Così scopro che fra gli undici volumi riconsegnati quattro hanno utenti fra le cui iniziali c’è una A.

Alfonso Sardo, un sessantino appassionato di teologia, gentile e compassato. Ma il lei con cui si rivolge a tutti è incompatibile con il tu della missiva. Candidato da scartare.

Poi c’è Antinori Alberto (per lui doppia A!),  ingegnere cinquantenne. Fa il filo spietato ma discreto a Giulia, potrebbe essere lui l’autore. Ma l’ha invitata già più volte, a che pro il biglietto?

Il terzo è Alessandro Pasquali, studente fuori sede di filosofia. Un tipo carino ma introverso. Ogni volta che trascorre le ore nella libreria ci si avvicina a una familiarità che però, la volta dopo, è già svanita via. Lo scarto perché troppo giovane per Giulia.

Il quarto utente è Benaden Ana, spagnola, un tipo solare. Bella, sulla quarantina. Viene spesso in libreria ma non prende mai i libri in prestito, ne acquista invece a vagonate. Ha un atteggiamento un po’ ambiguo e forse è proprio lei ad aver scritto a Giulia il messaggio. Anche il fatto che abbia preso in prestito il libro per la prima volta è un indizio a suo carico: era un modo per farle avere quell’invito?

Nei giorni seguenti, però, non riesco a individuarne l’autore. L’ingegner Antinori, il signor Sardo, e la spagnola Ana, passati ieri in libreria, alle mie allusioni su “gente che dimentica biglietti nei libri” non hanno avuto alcuna reazione.

E’ quasi orario di chiusura quando Alessandro, lo studente, entra trafelato dalla porta. Gira per gli scaffali e poi sceglie un libro.
Mentre ne registro il prestito, approfitto per sparargli il solito discorso propinato agli altri tre.
Lui cade dalle nuvole. Poi arrossisce. Infine, ammette.
– Forse era il mio… –
Estraggo il biglietto dal cassetto e glielo porgo – E’ questo? –
Lui lo prende, lo rigira fra le mani e poi annuisce – Sì –
Ci rimango male.
Alessandro mi piaceva ma non per Giulia. Puntavo più su l’ingegner Antinori, che poi a Giulia piace.
La delusione mi si legge in viso.
– Senti – fa lui – magari è stato il modo sbagliato… –
– No, sbagliata è lei: Giulia ha quasi quindici anni più di te! – gli sottolineo stizzita.
– Ma… il l’invito era per te! – rivela, arrossendo nel comprendere il malinteso.

Oh, non ho capito niente… vuoi vedere che al posto di un fidanzato per Giulia, il ragazzo lo trovo io?

©Loriana Lucciarini


[questo racconto ha partecipato al contest “Karen Caffè” e ricevendo la Menzione speciale]

[IL MONDO DELLE DONNE] - Donne che fumano (di Arianna Berna)


Ho pensato a lungo quale tema affrontare e di chi parlare. Di solito evito, eppure questa volta farò una strappo alla regola, parlerò di me per lasciarvi la mia personalissima testimonianza contro il fumo.

Ho fumato per vent'anni anni, la sigaretta mi ha accompagnato in molte fasi della vita, negli alti e nei bassi. Finché un giorno ho vinto e ho detto basta.



Perchè ho iniziato

Un motivo vero e serio non c'è. Ero giovane, tremendamente giovane e incosciente.

Giocare con la sigaretta fra le dita mi sembrava divertente e credevo che mi attribuisse fascino e, perché no, pure una discreta dose di autorevolezza.

La prima sigaretta è stata accesa quasi per gioco, molto per sfida, contro chi ...non si sa. La forza che sprigiona la voglia di imporsi degli adolescenti la conoscono soltanto loro nella sua irruenza.

Eppure già allora sapevo che era sbagliato, sapevo che mi avrebbe fatto male, ma credevo che provare non mi avrebbe incatenata.

Ed infatti non fu così da subito. Ho passato gli anni delle superiori a fumacchiare più o meno di nascosto senza troppa convinzione, ero sicura che avrei smesso quando avrei voluto e forse allora poteva essere anche vero. Poi, è arrivata l'Università e la cicca era diventata l'amica delle pause studio, l'amica che mi aiutava a governare la tensione prima degli esami o di un qualsiasi evento che portava stress, e quando è diventata l'amica con cui riempire i tempi morti è stata la fine della libertà.

Sigaretta dopo sigaretta gli anni sono passati, ho finito l'Università ed è subentrato il lavoro e tutto il resto.


Perché ho deciso di smettere
Non ho smesso perché il fumo fa male, almeno, non solo per quello.

Per chi non ha mai fumato è difficile, forse quasi impossibile, comprendere i meccanismi mentali che si attivano in un fumatore.

Sembra semplice ad occhi inesperti, l'assioma è talmente lineare che non si capisce proprio dove sia la difficoltà.

Smetti perché fa male, punto, argomento chiuso.

Ti berresti volontariamente un flacone di detersivo? Certo che no, che domanda idiota! Eppure le sigarette le fumi, magari nell'immediato fanno meno mal di pancia del detersivo lava piatti, ma alla lunga non so chi vince fra i due...

Quando ero fumatrice e mi sentivo dire, saggiamente, smetti di fumare perchè fa male, mi saliva una rabbia cieca. Mi sentivo presa in giro. E grazie al ...., ci eravamo arrivati già da tempo tutti quanti a questa conclusione, anzi dirò di più, lo sapevo anche prima di iniziare che mi avrebbe fatto male, ma non è bastato a fermarmi dal cominciare né a smettere poi.

Questo non vuol dire che sono una masochista o una scema e così pure non lo sono gli altri fumatori o ex fumatori.

Voglio chiarire prima di tutto che chi fuma non vuole farsi del male.

Chi fuma ha le sue personalissime ragioni per farlo e soltanto lui conosce, ma parlando con ex colleghi di cicca, non ho mai sentito nessuno (e sottolineo NESSUNO) dire che stava tentando il suicidio fumando una sigaretta. Ci sono tanti modi più efficienti e veloci per farsi del male rispetto al fumo.


Ma ora parliamo di me... Ho smesso il 13 di dicembre 2009, ma era dal 2003 che provavo a smettere. C'ero anche quasi riuscita nel 2005, ma nel 2006 sono crollata miseramente, ho fatto l'errore madornale di credere di poter governare il vizio, così ho ricominciato a fumare una sigaretta ogni tanto, che però nel giro di qualche tempo si è moltiplicata per due, poi si sa che non c'è due senza tre e il quattro vien da sè e da lì, si è riaperto il barato che mi ha riportato in centrifuga e mi ha portato via e a quel punto contare le sigarette del giorno è divento superfluo.

Ogni volta che smettevo e poi ricominciavo riprendevo a fumare più di prima, un crescendo continuo, intervallato da colpi di tosse e disgusto per l'odore stantio del fumo sui vestiti, i capelli e la pelle.

Posso affermare che la vittoria definitiva non è stata altro che l'epilogo di un percorso individuale fatto di alti e bassi, che mi hanno permesso di dare il colpo di coda finale.

Se posso permettermi quindi di dare un consiglio a chi desidera smettere, ma non ci è ancora riuscito, dico di provarci sempre, perché serve ogni esperienza, anche se fallimentare, anche se provoca frustrazione e ci fa sentire inadeguati e insoddisfatti.


Ma ritorniamo a me, a cavallo fra il 2008 e 2009 ho letto il libro "Smettere di fumare è facile se sai come farlo" almeno tre volte e in nessuna delle tre ho smesso di fumare, ma ho iniziato a metabolizzare seriamente la decisione.

Paradossalmente, e qui salteranno sulla sedia molti salutisti, l'elemento scatenate sono stati i capelli. Già, stupidi e miseri capelli.

Ho sempre avuto la fissa di avere i capelli puliti e profumati. Per anni li ho portati di una lunghezza media, più corta che media, più o meno ad altezza spalle. Nel 2008 invece li ho lasciati crescere, fino a quasi metà schiena. In quel periodo poi fumavo parecchio e i capelli lunghi erano una spugna. Assorbivano l'odore e mi sembrava di essere un posacenere. Mi lavavo i capelli tutti i giorni, ma bastava una sola cicca per impregnarli. Ho provato a smettere prima in primavera e poi nell'estate 2008, ma non ci sono riuscita.

Nel 2009 lo schifo per l'odore aumentava e paradossalmente aumentavo anche le cicche. Finché non è arrivato dicembre e alla vigila di una cena di Natale con amici ho deciso che l'indomani avrei smesso.

Sono andata in farmacia, ho acquistato i cerotti (all'epoca non c'erano le sigarette elettroniche) e un pacchetto di sigarette nuovo, anche se ne avevo più di dieci.

Nel mio ultimo giorno da fumatrice ho acceso una sigaretta dopo l'altra e non ho detto a nessuno che avrei smesso di fumare.

Nell'arco di un pomeriggio/sera ho finito il vecchio pacchetto e quasi tutto il nuovo. Ne avevo lasciata intenzionalmente una.

La mattina dopo mi sono svegliata con una sensazione di schifo che raramente ho provato in vita mia, ma ormai ero decisa ad andare fino in fondo, ho preso l'ultima sigaretta l'ho annusata e quasi non vomitavo, l'ho accesa e l'ho fumata a gran fatica. Quando l'ho spenta ero sollevata. Mi sono alzata e ho applicato sul braccio il cerotto.

Era il 13 dicembre 2009 e quella è stata la mia ultima cicca.

5 anni dopo

Se ripenso allo sforzo che ho fatto per continuare la strada intrapresa, non posso che farmi i complimenti da sola, anche se non si dovrebbe fare, anche se il bon ton impone che gli elogi siano sempre gli altri a farli, ma sapete cosa vi dico, per una volta mando a quel paese le convenzioni sociali e mi dico BRAVA.

I primi tempi sono stati durissimi. Ho avuto tachicardia e sono ingrassata. La maggior parte del mio mondo fumava, ero la sola a restare al tavolo al ristorante quando gli altri si alzavano per uscire a fumare, le pause cicche al lavoro, ho anche sognato per anni di accendermi una sigaretta.

All'inizio i sogni erano così frequenti e reali da sentirmi in colpa la mattina successiva per aver infranto il patto con me stessa.

A distanza di cinque anni e un totale di zero sigarette fumate, e ragionando secondo le teorie di A. Carr a 36.500 sigarette non fumate e un attivo di 8.760€ (euro più euro meno) risparmiati, sono felice di essermi liberata dalle catene che per troppo tempo mi avevano imbrigliata.

Prima di smettere avevo paura di affrontare una vita senza fumo, temevo che le pause non sarebbero state più rilassanti, che le chiccherate delle amiche sarebbero state meno appaganti insomma, temevo di trovarmi triste come un'eterna insoddisfatta.

Mi sbagliavo di grosso, perché vivendo mi sono resa conto che non ho bisogno delle sigarette, sto bene, anzi meglio senza.

Esiste una vita senza fumo, basta solo crederci fortemente, poi quale sia la motivazione che porta a rompere le catene del vizio, poco importa.


©Arianna Berna